sabato 20 febbraio 2010

Colpetto di Stato

Che emozione, posso dire di aver assistito ad un piccolo colpo di stato… anche se fatto all’ivoriana, quindi poco seriamente (per fortuna! Se fa figo “vantare” una simile avventura, non avevo comunque voglia di ammassarmi alla frontiera col Ghana per sfuggire non so bene a chi e perché).
Tutto è cominciato quando il presidente della Repubblica ha azzerato governo e commissione elettorale indipendente (la Costituzione gli dà il potere di farlo, e il fatto che il presidente della commissione elettorale stesse iscrivendo tra gli aventi diritto al voto, cittadini di Paesi confinanti, gli ha fornito il pretesto).
Il problema è che ciò avviene alla vigilia di elezioni rimandate da almeno cinque anni (e che potrebbero stabilizzare il paese e far ripartire l’economia). Gli ex ribelli, che avevano già tentato un golpe contro questo Capo dello Stato e che ora sono nel governo di unità nazionale scaturito dagli accordi di pace, sono d’accordo col loro ex-nemico (?), ma l’opposizione (anche i governi di unità nazionale che tengono insieme golpisti e “golpati” hanno un’opposizione?) grida al putch e sostiene che non riconoscerà alcun nuovo governo, invitando la popolazione all’insurrezione.
Qui in realtà la gente non ha più voglia di guerra (l’impressione è che con questo caldo non abbiano voglia di fare alcunché, men che meno uccidersi a vicenda, quando già muoiono di fame).
Ma ci sono state comunque delle manifestazioni (e qui i cortei non sono concepiti come gente che sfila con delle bandiere e black block idioti che spaccano le vetrine; qui passano subito alla fase due: cominciano col dare alle fiamme dei pneumatici in mezzo alla strada per tenere lontana la polizia e poi vedono che succede… qualche volta su quei pneumatici cercano di arrostire qualcuno).
Anche nella placida e sonnacchiosa Bassam c’è stato un po’ di trambusto, quando il PDCI ha deciso di bloccare la città per protesta; noi eravamo stati preavvertiti dal “nostro uomo nel partito dell’opposizione” e quindi non ci siamo mossi dal Centre Abel (anche se è stata dura convincere la suocera che non valeva la pena rischiare la pelle per andare a procurarsi un po’ di birra).
Questa è un’oasi felice (senz’acqua nè luce, ma al riparo da possibili violenze). La cosa peggiore che mi è capitata è svegliarmi con una caviglia a zampogna, temendo che vi fosse entrato un verme (cosa che da queste parti può succedere, ma non era il mio caso… sapete? Io sono un po’ paranoica e qui come ti giri puoi beccare – saltando i capitoli aracnidi e rettili-: malaria, febbre gialla, dengue -che può manifestarsi anche come febbre emorragica tipo ebola-, Tbc, poliomielite – anche per chi ha i vaccini europei, più sicuri ma meno efficaci-, ameba e svariati altri parassiti intestinali, filaria e altri allegri vermi della pelle… le prime volte che andavo in piscina temevo perfino di prendermi la bilarzia – poi mi hanno spiegato che è solo nella laguna-).
Però una cosa mi ha molto impressionato: vedere i militari parlare al Tg (i delestage sono stati momentaneamente accantonati): sigla, il conduttore è in studio e dopo una formula rituale di saluti passa la parola a quattro omoni in divisa, seduti accanto a lui. O meglio, la passa a quello con la mimetica (l’uomo d’azione evidentemente), perché gli altri sembra che dormano (ma non si capisce perché hanno berretti e occhiali da sole… in uno studio televisivo?! Mah, forse sono finti). L’uomo con la mimetica dice che loro sono pronti ad affrontare qualsiasi manifestazione (e chissà perché a me viene in mente il G8 di Genova, i lacrimogeni sparati ad altezza uomo, le manganellate ai “chierichetti” inginocchiati e con le mani in alto, la fuga nei carrugi, i feriti, il sangue, gli elicotteri che ronzano sopra alla testa, gli occhi pieni di lacrime e di paura e sgomento – uno shock ancora vivo in me, che non ero alla Diaz o a Bolzaneto ma che non posso ancora accettare che il mio Paese abbia fatto questo… No, quei signori in Tv stasera non stanno dicendo che gestiranno l’ordine pubblico, stanno dicendo che reprimeranno). Quando l’uomo con la mimetica ha finito di parlare: sigla, pubblicità, telenovela. Parola al dissenso, manco a parlarne… Il direttore si chiama “qualcosa” Minzolinum! Alla fine è arrivato il presidente del Burkina, grande mediatore, l’opposizione ha avuto qualche ministero nel nuovo governo e la direzione della nuova commissione elettorale e hanno fatto la pace. Lo scherzetto è costato la vita a sette persone uccise negli scontri.

venerdì 5 febbraio 2010

Delestage

GIORNO 1
Da stamattina mancano luce e acqua corrente. In tutta la Costa d’Avorio.

GIORNO 2
Luce e acqua non sono ancora tornate. Pare che sarà così per molto tempo: si è rotta una turbina, la lapidaria spiegazione. Già, perché a fornire energia a tutta la Costa d’Avorio (e qualche Paese limitrofo) è un’unica grande centrale. E per riparare il guasto dicono che ci vorranno tre mesi. E anche il pompaggio dell’acqua va a corrente elettrica.

GIORNO 3
L’acqua è tornata per qualche ora, il tempo necessario per riempire tutte le taniche, le bottiglie, i bidoni e i secchi che abbiamo in casa. La luce no. Per il momento ci siamo organizzati con candele e lampade a petrolio per la sera. Ma il frigo ormai ha allagato la cucina e le cose dentro stanno andando a male (con grande gioia delle formiche che lo hanno eletto a loro località di villeggiatura preferita). Computer e telefonini hanno esaurito la loro autonomia e inoltre mi tocca fare il bucato a mano; ma la cosa peggiore è dover fare a meno di condizionatore e ventilatori.

GIORNO 4
Ho scoperto che ci si può fare una doccia con una bottiglia da un litro e mezzo: pensa quanta acqua sprechiamo di solito. Questo ovviamente significa che siamo di nuovo senz’acqua, ma è tornata la luce.

GIORNO 5
Quella sconsiderata di mia suocera ha lavato i piatti. È una cosa che ha deciso di fare sempre da quando è qua, anche se sa benissimo che a me dà fastidio (perché ho tutte delle mie manie particolari, tipo che i piani vanno messi a scolare coi piani e i fondi coi fondi, che c’è una spugna ben precisa per lavarli che non è quella per le superfici, che vanno lavati sia sopra che sotto e che in ultima analisi alla fine siano puliti – particolare che le sfugge, costringendomi a rilavarli di nascosto perché non si offenda). Ma la gravità del suo gesto oggi sta nel fatto che in questo modo ha esaurito le nostre scorte d’acqua: 13 bottiglie da un litro e mezzo per lavare 6 piatti!!!!!!!

GIORNO 6
Ho finalmente avuto l’esatta percezione di ciò che significa “caldo umido”. Finora non me ne ero lamentata più di tanto. L'umido è vero si mangia tutto (non solo i miei strumenti tecnologici, ma anche i muri, le cose, mi si sono arrugginite le forbicine per le unghie, mi è ammuffito il k-way, qualcuno ha scritto:"L'Africa trasuda"). E fa caldo certo, ma niente in confronto agli agosti milanesi, in cui il sole ti fotocopia sul marciapiede, mentre dall’asfalto e dal cemento tutto intorno a te sale una canicola che sembra di essere in un forno a microonde, magari con lo smog che tappa il cielo e toglie l’aria; o come i giugni pavesi, quando sembra di respirare acqua e ti senti come un pesce nella boccia.
Qui il sole è forse più rovente, ma ci sono più alberi e meno asfalto e la terra è una distesa piatta e infinita su cui il vento può rotolare dall’Oceano fino a noi. In casa poi ci sono ventilatori e condizionatore… Quando c’è corrente (elettrica, perché quella dell’aria si percepisce appena, nonostante la nostra abitazione sia aperta ai quattro venti, per via del muro di cinta).
Ecco il tasto dolente: l’altra sera me ne stavo seduta in poltrona a fissare il buio; mancando la luce non ci si può nemmeno godere un film a fine giornata e allora i libri diventano i migliori compagni di viaggi mentali (li ho già fulminati tutti, compresa l’intera trilogia di Millennium – il primo tomo 700 e passa pagine, me lo sono letto in una settimana). Ma leggere al lume di una fiammella tremolante stanca la vista. Allora ho potuto considerare come fossi avvolta in una bolla di vapore acqueo prodotto da me medesima: sudi perché fa caldo, il sudore evapora ma mica tanto, perché l’aria circostante è già satura di umidità, e così rimane nebulizzato intorno a te e tu respiri ciò che traspiri. Fenomeno interessante.

GIORNO 7 - notte
È calato il buio totale. Anche i lampioni del Centre Abel sono fuori combattimento. Tra le fronde scure degli alberi leggermente mosse dalla brezza si intravede un’esplosione di stelle. La luna è una falce d’argento perfetta, si scorge appena il vago anello che completa la sua rotondità. Non è piena, questo mi permette di scivolare fuori di soppiatto dalla porta senza il rischio di essere scorta. Il chiasso di grilli e rane copre i miei passi felpati. Io e la mia nube di vapore ci spostiamo verso la fontanella del cortile, dove giacciono il barrique (botte) ormai asciutto e le ultime due taniche d’acqua. Sono quelle il mio obiettivo: devo accaparrarmene una prima che ci arrivino i vicini o domani non potrò farmi il bidet.
Piombo sul contenitore come un rapace, afferro il manico e scatto verso la vittoria… o almeno ci provo: la tanica è più pesante di quanto mi aspettassi, lo strattone mi fa perdere l’equilibrio, pesto la coda al gatto (mi sta sempre letteralmente tra i piedi, l’animale!), che fugge lanciando un urlo da bimbo strozzato e buttando all’aria la gavetta del guardiano che rotola sul selciato con gran clangore. “Sono perduta, mi scopriranno!”… ma no: il ronzio del condizionatore della stanza di Lina mi fa capire che è tornata la corrente e tutti saranno nei loro letti sudati a esalare un sospiro di sollievo. Devo approfittare di questo momento per guadagnare l’uscio prima che si riaccendano i neon esterni che già stanno lampeggiando. Uno sforzo estremo e… ce l’ho fatta: l’igiene personale ancora per domani è assicurata… mi sento un po’ Mad Max.

GIORNO 8
I delestage sono cominciati ormai da una settimana. È proprio vero che ci si abitua a tutto: noi ci siamo organizzati con pile e scorte. Ogni tanto un urlo proveniente da un qualsiasi punto del Centre, avvisa che sono tornate o luce o acqua e allora si corre a ricaricare e riempire.
Ma io mi chiedo: e gli altri? Non parliamo delle attività economiche: vedo già i danni che la mancanza di elettricità provoca alle sarte e ai falegnami del progetto, con le macchine ferme da giorni. Ma gli altri, la gente comune, che deve spartirsi una fontanella di acqua potabile con popolosissimi caseggiati? Finisce che beve acqua di pozzo, che qui fortunatamente non mancano, ma sulla cui igiene non ci sono dubbi: prima di poter bere quell’acqua melmosa bisogna farla bollire e filtrarla, prassi che dubito siano abituati a seguire. C’è un indiscutibile rischio epidemie. Acuito dal fatto che la catena del freddo così più volte interrotta ha sicuramente danneggiato molti vaccini, che saranno comunque inoculati anche se inutilmente.

GIORNO 9
Sono appena tornate sia luce che acqua contemporaneamente. Non sappiamo quanto durerà, sicuramente non abbastanza per fare i bucati di tutti (condividiamo la lavatrice con i vicini).
Io scatto brandendo il cestone maleodorante tra le braccia, mentre Marysol mi sgambetta dietro raccattando i panni che nella folle corsa volano fuori.
Attraverso il cortile come una furia, questa volta salto il gatto. Sfondo la porta dei vicini lasciando la mia sagoma impressa nella zanzariera, scarto Lina che mi aspettava dietro l’angolo per placcarmi (fortuna che giocavo a rugby). Imbocco il corridoio che piega a gomito, scivolo (dimenticavo l’acqua fuoriuscita dal frigo), becco lo spigolo del tavolo. Ci lascio l’anca ma il colpo mi rimette in equilibrio e d’un balzo raggiungo lo studio (luogo ovvio in cui installare una lavatrice). Ma trovo l’elettrodomestico già in funzione.
Dietro di me, Pina appoggiata allo stipite della porta sorride facendo brillare un canino. “L’avevo già predisposta” mi dice.
“Aaastuta!”

GIORNO 10
Gesti automatici: ormai mi aggiro per casa al buio anche quando c’è la corrente. E se prima mi veniva automatico di aprire il rubinetto anche quando sapevo che non c’era acqua, ora afferro la bottiglia anche quando c’è.
Oggi eravamo anche senza rete telefonica (e quindi anche internet). Ci manca solo che finisca la bombola del gas.

GIORNO 11
Ho parlato troppo presto: è finita la bombola, ma a questo si rimedia in fretta.
Intanto c’è stato un assalto alla Compagnia elettrica da parte della popolazione esasperata (giuro: io non c’ero, ma solo perché non mi avevano avvisato). Questo almeno è servito per far capire che si può togliere la corrente a turno tra diversi settori (evitando di toglierla contemporaneamente al settore che sta a monte dell’acquedotto e a quelli che stanno a valle, in modo di avere almeno una delle due utility alla volta), e soprattutto rispettando un calendario più o meno fisso, in modo che uno sappia che “quei” tre giorni alla settimana (magari non consecutivi) può anche morire (o fare la lavatrice).
Insomma, un po’ che come ho detto ci si abitua a tutto, un po’ che ci siamo organizzati (il martedì facciamo il bucato, il giovedì moriamo e il sabato andiamo al maqui – le trattorie in cui affoghiamo le nostre frustrazioni da telespettatori impediti), ma sembra che la situazione si stia normalizzando.
Almeno dal punto di vista dei delestage.
Perché sul fronte politico ci sono invece un po’ di tensioni.
Ma almeno, per consentire ai politici di comparire nei tg e per non esasperare ulteriormente gli animi, le interruzioni di corrente si stanno addirittura riducendo.

giovedì 28 gennaio 2010

Buon Natale!

Il rientro in Italia è stato movimentato innanzitutto dalla scoperta (la vigilia di Natale) che ero incinta!
Per noi, una bellissima notizia: mi piacerebbe avere un figlio per rivivere l’emozione di vederlo crescere. Ogni giorno con Marysol scopro cose che mi divertono, che mi spalancano un mondo di logica completamente diversa da quella di un adulto, una lente che permette di vedere cose che i grandi non sono più capaci di vedere e che paradossalmente mi aiutano a crescere.
Essendo che ogni giorno ce n’è una diversa, quelle passate si dimenticano in fretta per lasciare posto a quelle nuove. Poi, quando guardi indietro ti mancano. Mi ricordo della prima volta che ha riso (aveva due mesi); di quando le ho costruito un omino coi Lego che era alto quasi quanto lei e aveva le braccia sollevate nel gesto che lei faceva quando voleva essere presa in braccio, allora lei passandogli vicino gli ha detto: “Ciao bimbo, baccio (braccio)? No? Ciao”; di quando aveva appena iniziato a camminare e barcollando si aggirava per casa indaffaratissima a spostare oggetti; di quando è venuto l’idraulico e ha completamente distrutto il bagno e a lei era sembrata una grande impresa, allora quando il papà è rientrato alla sera gli ha detto: “Io! Io!” indicandogli le macerie e Leo le ha chiesto: “Tu hai distrutto il bagno?”, lei a quel punto ha intuito che non fosse cosa di cui andare fieri e repentinamente ha risposto: “No, mamma”.
Insomma, momenti lontani. Per quello vorrei ricominciare tutto daccapo. E vorrei proprio farlo io questo figlio, per vivere tutta la parte del rapporto intrauterino, del mio corpo che si trasforma e di una vita con cui inizi ad avere già una relazione prima ancora che nasca. Mi ricordo di quando sentivo Mary muoversi nella pancia, si muoveva spesso, soprattutto quando mangiavo cioccolata o quando sentiva la voce di Leo; da questo si capivano già molte cose di lei: che è vivace, che è golosa e che è innamorata del suo papà.
Il problema della mia nuova gravidanza dunque non era certo nostro (che avevamo messo in conto una gestazione africana), ma di mia suocera.
Mia suocera è una di quelle persone secondo cui al mondo esistono solamente due tipi di opinioni: le sue e quelle sbagliate. Non può quindi trattenersi dal dire sempre la sua, anche quando non è richiesta, anche quando non è affar suo, anche quando sono argomenti di cui non sa un tubo, e con maggior compiacimento se ciò che ha da dire è sgradevole per chi ascolta. A ciò si aggiunga che i suoi non sono mai consigli, ma direttive.
Le mie gravidanze per lei sono un problema perché la fanno sentire defraudata del suo ruolo di madre universale: la prima volta che sono rimasta incinta (di Marysol) è andata in grande depressione e tempo dopo mi ha confessato che è stato perché “a quel punto passava in terza posizione” (dopo la nipotina e dopo di me che le ho portato via il suo figliolo – e in effetti anche il giorno del nostro matrimonio aveva l’aria tutt’altro che felice ora che ci penso). Io avevo provato a farle capire che non si trattava di una gara podistica, che si vuole bene a tante persone in modi diversi ma con la stessa intensità e che le priorità vengono stabilite di volta in volta a seconda delle necessità. Ma quando sono rimasta incinta la seconda volta è andata di nuovo fuori di melone (non oso dire che sia stato per una sua macumba, se al quarto mese, durante un controllo di routine, è risultato che il battito del cuoricino non c’era più).
Per cui io mi sono ritrovata: incinta (con tutte le ansie che potesse andare di nuovo male); sola (perché Leo è ripartito quasi subito per l’Africa); male accompagnata (da mia suocera che già prima di sapere non sembrava in grado di intendere e volere per la nostra lunga assenza colmata con un po’ troppi bicchierini, e che poi è stata capace solo di insultarci per la nostra “assurda idea di avere un altro figlio” - in Africa); a dover gestire tutte le visite e i rientri necessari (cosa già di per sé non facile, soprattutto durante le vacanze di Natale).
Manco a dirlo, dopo i primi controlli andati bene, a due giorni dalla mia ripartenza per la Costa d’Avorio, durante un’ecografia… il cuoricino non batteva più… di nuovo.
Ricovero immediato e di nuovo operazione. Al dispiacere, all'angoscia per questo figlio che desidero e che non riesco ad avere, alla fatica di affrontare ancora un giorno intero senza mangiare né bere, lasciata ad aspettare dieci ore su una brandina in corridoio l'anestesia totale, e poi i dolori e ancora attesa il tutto affrontato con Leo lontano, si aggiunge la rabbia per una situazione che ha del grottesco.
Qualche esempio:
Domanda – “Dottore, è già la seconda volta che mi succede. Perché?”
Risposta – “Si tratta di casualità...come vincere al Superenalotto...”.
Io, seduta su una poltroncina di una squallidissima sala del Niguarda mentre un’infermiera cerca disperatamente una vena con ancora un po’ di sangue, mi trattengo dall’osservare che non mi è mai capitato di vincere due volte di fila al Superenalotto (neanche una a dire il vero) e torno a chiedere:
D. - “Cosa posso fare per evitare che il 'caso' si accanisca in questo modo?”
R. – “Se lei vuole un altro figlio deve continuare a provarci!”
Ero troppo prostrata per fargli notare che non sono una mucca ma una donna, che sì desidera un figlio ma che non può rischiare di affrontare tutto questo per la terza volta, senza avere non dico la certezza ché non c'è mai, ma almeno la ragionevole speranza di arrivare felicemente fino alla fine.
Be’, per farla breve: martedì sono entrata in ospedale alle 7.30 del mattino e ne sono uscita alle 22.30. Mercoledì ho fatto le valige e trovato il tempo di andare anche dal parrucchiere (piccoli gesti per accudire questo corpo martoriato... per la cronaca: l’infermiera alla fine la vena l’ha trovata ma solo dopo avermi cosparso le braccia di ematomi), e giovedì sono partita trascinandomi dietro la suocera (che alla notizia ha commentato entusiasticamente: “Si vede che non è destino”). Suocera che nonostante le ossa rotte (era caduta incrinandosi le costole), non avrebbe mai e poi mai rinunciato a venire a controllare la nostra nuova sistemazione.Insomma, questo è stato il mio “Buon Natale”, ma per fortuna ora sono di nuovo qui, con Leo e Mary (la mia migliore alleata in tanti momenti brutti).

martedì 22 dicembre 2009

Fine prima parte

La vigilia del rientro in Italia per le festività natalizie non può che essere dedicata a un primo bilancio di questa esperienza: positivo.
Cosa mi è mancato di più dell’Italia? Una connessione veloce a internet.
Momenti da ricordare: il matrimonio di Gino e Gina, la sua compagna ivoriana (festeggiato in un maquis sulla spiaggia di Abidjan, con mangiata, bevuta e balli sfrenati); un'ottima polenta e casola (piatto tipico invernale milanese a base di cotiche, verza e salsicce) preparata e offerta da Nina nel suo bel ristorante in riva al mare (per fortuna c'era un po' di brezza dell'oceano, perché non proprio una pietanza che si possa gustare con questo clima)
Che cosa ho scoperto? Oltre alle cose che ho già raccontato, ho scoperto Aya de Yopougon (un fumetto ambientato in un quartiere popolare di Abidjan, che fa un ritratto impietosamente verosimile degli ivoriani, soprattutto gli uomini, beoni e donnaioli); l’alloco (banane plantain fritte nell’olio di palma, una vera delizia che mi ha fatto decidere definitivamente di dirottare le mie noiosissime lezioni di francese su lezioni di cucina – e quindi inaugurerò qui di fianco una rubrica di ricette… sempre che riesca a capire come si fa); e la musica di Aplha Blondy e Tiken Jah Fakoly.
Soprattutto, ho ri-scoperto le cassette: il pick up con cui ci spostiamo ha infatti un mangianastri e una dotazioni di vecchi album. Ho così avuto modo di fare un’altra scoperta: ci sono alcune nostre canzoni che incredibilmente ben si adattano come colonna sonora per i paesaggi che attraversiamo. I CCCP per esempio sono perfetti per il lungo rettilineo costeggiato di palme e baracche che ci porta alla capitale e i Casinò Royale ben si adattano alle strade intasate dal traffico di Abidjan, soprattutto se piove.Allora ho provato a fare un piccolo esperimento. Ecco il risultato:
[qui dovrebbe comparire un video, ma siccome i mezzi tecnici a mia disposizione -telecamera, macchina foto, hard disk- mi stanno lentamente abbandonando causa clima troppo umido, non so se mai lo finirò]

domenica 20 dicembre 2009

La sorcellerie

Nina è una tipica signora milanese, ex estetista, che, sposatasi con un ivoriano anni fa, si è trasferita qui a Bassam dove ha aperto un elegantissimo ristorante sulla spiaggia, molto frequentato da personale dell’Onu e ambasciate.
Nina è talmente milanese che l’altra sera ci ha invitato tutti da lei a mangiare un’ottima casöla (faceva un po’ specie abbuffarsi di quello stufato di cotiche in riva all’oceano e con una temperatura di 30 gradi).
La prima volta che ho sentito parlare di lei ero ancora in Italia, non per la fama del suo locale, ma per i “sei gradi di separazione” (se conosci uno, questo conosce un altro, che conosce un altro…- e così per circa sei volte - … che conosce te). Qui ho scoperto che questa regola è molto vera: in effetti a parlarci di Nina era stato un ex collega di Leo che la conosceva prima che lei partisse per la Costa d’Avorio; inoltre qui abbiamo ritrovato l’ex fidanzata di un nostro amico senegalese di Milano; e un prete che era chierico nella mia parrocchia quando ancora frequentavo quei posti (vent’anni fa); e la signora Luisa, “madrina” di un attuale collega di Leo quando tentò fortuna nel nostro Paese, che conosce mio suocero; per non parlare di Gina che ha conosciuto il marito ivoriano di una del Gruppo Abele di Torino, prima di entrarvi a far parte, e… insomma potrei andare avanti con altri esempi, ma questo non c’entra con la sorcellerie, che non è né una fabbrica di sorci né un fan-club di Renato Zero, bensì la stregoneria.
La stregoneria è legata alla religione animista (cioè quella tradizionale, che qui è seguita da più o meno un terzo della popolazione, a “pari merito” con cattolici e musulmani) ma comunque ancora molto sentita da tutti: i cristiani per esempio non negano la sua efficacia, ma la ritengono semplicemente non ortodossa; come molte persone istruite, perfino i medici ammettono che le malattie sono provocate da virus, batteri e quant’altro ma talvolta si chiedono perché quell’agente patogeno ha colpito proprio te e non un altro (malocchio?); la mattina inoltre si vedono spesso agli incroci delle strade (considerati punti in cui si concentrano le energie magiche) pentole o cocchi bruciati (segno che nella notte qualcuno ha celebrato un sacrificio); una volta per le vie di Bassam ho incontrato una signora tutta ricoperta di polvere bianca e la mia maitresse mi ha spiegato che si tratta di una feticheuse (cioè che fa feticci, idoli); addirittura Leo e altri rappresentanti di Ong che si occupano di bambini di strada, mi raccontavano che sotto elezioni (che qui vengono fissate un paio di volte l’anno, anche se poi puntualmente rimandate, così da 8 anni) i ragazzini vengono a cercare protezione perché sanno che rischiano di sparire (i sacrifici umani sembra che portino molti voti… altro che la mafia!).
Ma che c’entra tutto questo con Nina? C’entra che lei è un’animalista convinta, gattara e “madre” (non avendo potuto avere figli) di quattro cani (uno addirittura ancora dei tempi milanesi). Cani che una notte sono spariti. Inutili le ricerche, gli annunci, le promesse di una ricompensa anche solo per avere informazioni. Dei poveretti non sono state trovate neppure le carcasse. Indaga che t’indaga, Nina scopre che alla sua destra vive una tribù che qualche tempo fa era stata cacciata dal villaggio in cui stava perché accusata di aver fatto sparire un bebè; e alla sua sinistra c’è la casa di un belga coniugato ivoriano, finito in galera… e scopre che i sacrifici di cani (fedeli e muti) sono i più indicati a far uscire gli amici di prigione.
Sì, è vero: è una storia terribile. Soprattutto alla luce del fatto che a noi è sparito uno dei due gattini che avevamo appena adottato. Ma l’ho raccontata perché in fondo anche questa è l’Africa.

martedì 15 dicembre 2009

Capire l'Africa - Lezione I

Non ho certo la pretesa, dopo appena un mese e mezzo, di aver veramente “capito l’Africa”. Sia perché il continente è sterminato, sia perché anche da questo angolino in cui sono io, intravedo un mondo completamente “altro”, che forse mai riuscirò veramente a capire fino in fondo.
Ma mi permetto di fare alcune, prime considerazioni. Innanzitutto la passività delle persone che mi circondano: vivono in condizioni che “noi” non accetteremmo mai, hanno una classe politica di briganti e irresponsabili; ma nonostante ciò osannano i rappresentanti di questo potere inutile per non dire parassitario, in nome di un rispetto dell’autorità tipico di una società fortemente gerarchizzata.
La gerarchia qui è il nomos di qualunque rapporto: tra amici, c’è il petit che deve subire le regole che detta quello più anziano, in famiglia c’è il padre (quando c’è e comunque anche quando è gonfio di kutuku –il che pare sia abbastanza diffuso) o il parente più ricco (che deve ostentare il proprio ceto, deve –per esempio- essere grasso, per far vedere che ha la possibilità di mangiare quanto vuole ed è in salute); sul lavoro c’è il capo che può essere un imbecille (e generalmente più si sale nella scala, meno lavora), ma i suoi ordini non possono essere messi in discussione, soprattutto se è un bianco (odiati perché colonizzatori, ma trattati pur sempre e comunque con una deferenza imbarazzante –salvo poi inseguirli coi tizzoni ardenti, quando scoppia qualche tumulto).
Mi viene in mente a tal proposito un aneddoto raccontatomi da Rina, energica signora italiana trapiantatasi qua. C’era un cesto di mele e lei ha detto a due suoi braccianti: “Dividete in due e prendetevele”, e loro le hanno tagliate ognuna a metà e se le sono poi divise. Probabilmente c’è stato un problema di incomprensione linguistica, ma presumo che anche a loro sarà sembrata balzana l’idea di dover tagliare a metà le mele per potersele dividere… Allora perché non ne hanno semplicemente chiesto il motivo? Perché un ordine non si discute, si esegue.
Ad un Europeo verrebbe da dire che sono rimasti al Medioevo, con una mentalità da sudditi anziché da cittadini, dove non ci sono diritti ma concessioni del sovrano; che qui sono mancati l’Illuminismo e la Rivoluzione francese. Che, sì: noi al loro posto saremmo già insorti… A un italiano viene in mente Berlusconi. A cui si concede tutto: di farsi le ragazzine, di candidarle e nominarle ministro (roba da ancien regime), di plasmare l’opinione pubblica a suo piacimento grazie al suo strapotere mediatico, di essere un ladro e corruttore e di abusare della sua posizione per sottrarsi alla legge e per favorire le sue aziende, di avere rapporti con la mafia, di aver fatto parte di una loggia massonica eversiva (di cui sembra perseguire ancora gli obiettivi), di avere scarsa familiarità con le regole democratiche di base (che la Costituzione –per esempio- non è un intralcio ma una garanzia, che il potere legislativo spetta al Parlamento e non al Governo, che esiste una divisione tra l’esecutivo e il giudiziario, che il solo aver vinto le elezioni non permette di “comandare”, che il buon governo non demonizza il dissenso, che un Paese non è un’azienda –i cittadini non sono suoi dipendenti). Gli si concede tutto questo e anzi lo si ama, perché è simpatico, racconta barzellette sconce, dà le case ai terremotati (come se le avesse pagate di tasca sua, come se non fossero cose “dovute” – ma poi: i terremotati ce l’hanno veramente una casa? Mah!). Al massimo gli si tira una statuetta del Duomo sul naso!
Mi spiace essere finita a parlare dell’Italia, ma come si può vedere le distanze tra “noi” e “loro” non sono poi così ampie (qui ho almeno l’amara consolazione che non è il mio Paese e che viene detto del Terzo Mondo).
E come le distanze si possono ridurre, allo stesso modo le cose possono essere viste sotto diverse angolazioni e diventare pregi o difetti, a seconda. È proprio questa “passività” per esempio, che forse permette alla gente di qui di essere “serena” (o così a me sembra): una delle cose che più mi ha sconcertata in questi primi giorni è infatti che, per quanto abbiano fame, siano poveri o vivano nella cacca, sorridono. E questa è una bella cosa (quando appunto non diventa “oblomovismo”).
A dare un senso a questa mia osservazione mi è venuto in aiuto un libro che ho appena letto: “I coccodrilli di Yamoussoukro” di V.S.Naipaul (premio Nobel indiano per la letteratura). L’autore vi fa una distinzione tra “mondo di giorno” e “mondo di notte”, due piani della realtà che rendono gli africani apparentemente indifferenti: “Oggi va bene, domani magari no. Così è la vita, nel mondo di sopra; l’importante è che il mondo interiore sia integro”.
Al mondo notturno attengono la magia e i sacrifici, ancora molto presenti nella cultura del posto.

mercoledì 2 dicembre 2009

Mamma a tempo pieno

Mia figlia è un tipo mattiniero e la prima parola che pronuncia, subito dopo aver aperto gli occhi, è: “Giochiamo?”. È anche molto chiacchierona e quando è sotto stress (come in questa fase di ambientamento) tende a parlare ancor di più (tipo raffica di mitra) e a chiederti “giochiamo?” anche mentre stiamo già giocando. Mi sembra un ottimo modo di gestire lo stress… per lei. Per me è un incubo!
Si comincia appena alzati con “il gioco di fantasia” (uno dei suoi preferiti, bisogna farlo almeno una volta al giorno altrimenti le parte una crisi isterica, io sono riuscita solo a limitarne gli orari: non prima di aver preso il caffè, fatto la cacca, fumato la sigaretta; non dopo cena; non per più di un’ora). Il gioco funziona che lei mi chiede: “Mamma posso andare a fare una vacanza da…” e qui si aprono illimitate possibilità a seconda del suo personaggio preferito del momento (Che Guevara, Gesù, Chico Mendes, Emiliano Zapata, Indiana Jones, Piedone, Spidermen o qualunque altro supereroe, Topolino o qualunque altro personaggio Disney, Luke Skywalker, Frodo, James Bond, Pimpa e Ape Maya sono tra i più frequentati).
Qualunque mezzo prenda, devo fare il bigliettaio e scambiare qualche formula di rito a seconda della situazione. Dopo di che lei è sempre Marysol che va a trovare qualcuno che non la conosce, ma che lei conosce perché ha visto il film/le hanno raccontato la storia/ha il libro, ecc., mentre io devo interpretare tutti i personaggi che incontra (buoni, cattivi, maschi, femmine, animali, quelli delle storie e quelli che si inventa lei via via). Una cosa da crisi d’identità dopo dieci minuti. Anche perché tutto questo avviene mentre ci si prepara con la consueta fretta, per andare a scuola e lei non ammette distrazioni.
Il plot prevede di solito che lei li aiuterà a risolvere tutti i loro problemi, grazie al fatto che conosce la storia e grazie alle cinque spade magiche che le ha regalato il suo amico Flash Gordon. Queste spade fanno di tutto: non solo più le usi e più diventi forte e veloce (e ormai lei è già fortissima e velocissima), ma danno anche poteri magici, come l’invisibilità e la capacità di resuscitare i morti (qui è stato difficile innanzitutto convincerla che Gesù doveva proprio morire sulla croce e poi che se resuscitava non era per le spade magiche).
Risolte le faccende lei invita a casa i suoi nuovi amici, gli presenta tutti i suoi bambini (bambole e pupazzi) e dà una festa in loro onore.
Le feste con bambole e pupazzi sono un altro tasto dolente. Il lunedì (tutti i lunedì) è il compleanno di Lilly (la sua coccinella di peluche); il mercoledì, quello di Marta (una bambola che, se le schiacci la pancia, ride, piange, chiama la mamma o chiede la pappa); il sabato quello di Dado. Dado merita una presentazione più approfondita: è un patetico bambolotto nero, che il nonno le aveva regalato quando ancora l’Africa era lontana dai nostri progetti, forse il primo bambolotto che le hanno regalato. Da allora lei non se ne è più separata, nonostante sia alquanto orribile: occhi sbarrati e vitrei, bocca spalancata in una smorfia che può ricordare l’Urlo di Munch. In effetti, siccome lei gliene combina di tutti i colori, certe volte ho l’impressione che quando gliel’hanno regalato sorridesse, e che ora abbia semplicemente un’espressione di terrore. Comunque è ormai uno di famiglia, che con noi ha percorso migliaia di chilometri, dal Guatemala, alla Sicilia, ai Paesi Baschi, coinvolto in mille avventure, dalle quali ha riportato diversi traumi (perdita di arti poi ricuciti più volte, il che gli conferisce una sagoma ancora più floscia ed informe).
Le loro feste di compleanno prevedono che ci si debba vestire eleganti, agghindandosi (e agghindando tutti i pupazzi) di varia bigiotteria, poi si consuma il banchetto, solitamente imbandito di riso con piselli, polpette, patatine fritte e torta al cioccolato (i suoi piatti preferiti, rigorosamente disegnati su un foglio e ritagliati); quindi si danno i regali (gli altri giocattoli di Mary); si suonano tutti gli strumenti musicali, si balla, si canta, si fanno i giochi. Insomma la stessa fatica e durata di una vera festa di compleanno.
Quando non fanno festa, i suoi pupazzi vanno a scuola e le maestre siamo io (la zia), ma soprattutto lei (la loro mamma). In questi casi viene replicata la giornata tipo dell’asilo di Milano, con gli stessi giochi, le canzoni, le attività, le sgridate ai più indisciplinati. Di solito Dado è dei peggiori, vuole mangiare solo dolci, il resto lo sputa tutto, Mary si arrabbia e lo riprende esattamente come facciamo noi con lei. Ma ora che siamo in Africa, terra d’origine di Dado, lui è cambiato completamente ed è diventato un angelo. Più che altro ora bisogna insegnare l’italiano a lui e il francese ai suoi fratelli. Quindi la maestra (Mary) ha scritto dei tabelloni con numeri e lettere (a modo suo) e loro (cioè io) li devono leggere e ripetere nelle due lingue. Esattamente come fa lei nella nuova scuola, ma solo in francese.
Io naturalmente non posso esimermi dal partecipare attivamente a tutto questo.