martedì 21 giugno 2011

Tiken Jah, il concerto della vita

Tan tan tantatan ta ta taaaaaaaaa
E poi le trombe
E poi la voce, calda e profonda: “Non non non non n’né tena son oma/ Non ne tésson oma ayebada/ N’tésson oma/ Ne tésson oma ayebada/ N’tésson oma…”
E la musica mi entra dentro la pancia dall’ombelico e mi scalda e le gambe si flettono e fanno male ma non riesco a smettere di ballare.

Lui è là, bellissimo: un omone gigantesco con una gran massa di dred che salta e balla, svolazzante nel suo boubou di iuta, e la sua voce gratta l’aria di questa splendida serata, non piove, non fa caldo, non ci sono zanzare. Il concerto è per la riconciliazione (per beneficenza -costruisce una scuola ad ogni concerto- e solo a 3 euro) ed è ad Abobo, il quartiere che più ha sofferto per la guerra, quello in cui hanno sparato sulle donne al mercato, quello del "commando invisibile". Lui ad ogni canzone ne spiega il significato e tutte parlano di pace, del bisogno di un'Africa unita, di "rivoluzione" intelligente, dell'importanza dello studiare, di come la cattiva politica ha ridotto il suo paese, lui che è dovuto andare in esilio 5 anni solo perché ha cantato "quitte le pouvoire" (molla il potere) a Gbagbo; parla dello sfruttamento che i bianchi "ci" fanno e poi "ci" chiudono le frontiere. Ogni canzone un pezzo di storia di questo Paese, un saggio antropologico.

Ancora trombe, malinconiche. Poi partono basso, chitarra, maracas, forse c’è anche un balafon. Classico ritmo reggae: “We wont a revolution/ young people’s revolution/ Intelligent revolution/ Must be african’s education”.
E Caio balla a piedi nudi nel fango.
E Taibou è l’unico africano che non sa ballare.
E Lina ha trovato un cappellino rasta bellissimo.
E Yakou sembra un bambino impazzito di gioia e canta tutte le canzoni in Dioulà (il dialetto "dei poveri" di tutta l'Africa occidentale).
E se ci fosse Marysol si divertirebbe un casino e farebbe stage-diving fino a Tiken Jah!

“Sors de ma télé, yehhhhhhh” e le braccia si lanciano in aria e sono diecimila con le altre e io non riesco a smettere, ora su una gamba ora sull’altra, e via: il sedere ondeggia da solo e i capelli mi vanno negli occhi.
E io e Caio siamo gli unici bianchi e tutti si fermano per conoscerci, per spiegarci cosa significhi per loro quella festa e che cosa significhi per loro che anche noi siamo lì.

Tam tam, poi sassofoni: “Viens voir, viens voir/Viens voir, viens voir /Toi qui parles sans savoir /Mon Afrique n'est pas ce qu'on te fait croire/Pas un mot sur l'Histoire de ce continent/Sur les civilizations et les richesses d'antan /Aucun mot sur le sens des valeurs/Des gens qui t'accueillent la main sur le coeur …”.
E siamo circondati dalle FRCI (l'armata nata dal connubio degli ex ribelli e disertori dell'esercito lealista che ha liberato il Paese e rappresenta l'unica forza dell'ordine al momento perché poliziotti e gendarmi sono scappati), tutti ragazzi, alcuni giovanissimi, tutti con maglietta "peace and love" e kalashnikov. Sì, lo so è una contraddizione e la presenza di tanti giovani armati è uno dei problemi di oggi. E forse ballare e farsi le canne con quelli che a loro volta ballano, fumano e sono ubriachi persi con un fucile in mano non è il massimo. Ma in questo momento mi sembrano bellissimi anche loro, mi sembrano ragazzi che hanno combattuto per il loro paese, che ora festeggiano la vittoria. Sono l'immagine di questo posto assurdo, di questo continente folle di cui mi sto innamorando. « …Viens voir /Viens voir, viens voir/Viens voir, viens voir/Toi qui parles sans savoir /Mon Afrique n'est pas ce qu'on te fait croire/Africa n'est pas ce qu'on te fait croire/Viens dans nos familles/Viens dans nos villages/Tu sauras ce qu'est l'hospitalité /La chaleur, le sourire, la générosité/Viens voir ceux qui n'ont rien /Regarde comme ils savent donner/Tu repartiras riche/Et tu ne pourras pas oublier… ».

domenica 12 giugno 2011

La vita che ho scelto

La vita che ho scelto è correre in riva al mare di Assouendé sotto la pioggia. Fermarsi, insegnare a Mary la respirazione “dei grandi atleti” e ripararsi sotto la tettoia del ClubMed abbandonato. Costruire nella sabbia una pista per le biglie e giocare.
La vita che ho scelto è passare una serata sulla spiaggia con Caio e Lina a indovinare le forme delle nuvole.
La vita che ho scelto è osservare il tramonto sulla laguna, quando l’acqua e il cielo si tingono di rosa e giallo.
La vita che ho scelto è incontrare persone strane e diverse. Alcune simpatiche e interessanti, altre che mi disturbano; ma tutte che mi danno qualcosa.
La vita che ho scelto è cercare di dare il mio contributo a tutto ciò che fa la CommAbel (giusto per dare un’idea di quello che si fa: formazione professionale a un centinaio di ragazzi in agricoltura, elevage, sartoria, falegnameria, meccanica, ecc.; corsi di alfabetizzazione a 500 persone -uomini, donne, bambini, cani e gatti-; scuola materna a 20 bimbi; diamo un pasto al giorno a 100 ragazzi; garantiamo libero accesso a biblioteca, sala giochi, atelier di musica; ospitiamo 200 rifugiati di guerra e attraverso Save the Children abbiamo distribuito kit alimentari e igienico-sanitari per i rifugiati della città; stiamo portando acqua potabile in 5 quartieri e villaggi; stiamo iniziando un progetto finanziato dall'Onu sulla coesione sociale post-guerra; organizziamo dibattiti nelle scuole sul tema delle gravidanze precoci; festeggiamo con musica canti e balli ogni tipo di ricorrenza -cristiana, musulmana, civile, ecc.-; portiamo in giro una carovana di film).
La vita che ho scelto è un viaggio: stando ferma, “giro, vedo gente, faccio cose”. Banale? Troppo facile? Demodé? Da freakettoni irresponsabili? Forse. Ma è la vita che ho scelto… e pochi lo fanno. Certo: io ho potuto. Ma ho potuto perché l’ho voluto. E l’ho voluto perché mi sembra che sia l’unico modo per poter dire di aver vissuto veramente. Perché esploro, scopro, perché sono bombardata quotidianamente da emozioni fortissime.
La vita che ho scelto è l’unico lusso che mi interessa.
La vita che ho scelto ve la voglio raccontare perché ho sempre sognato di diventare una “Piero Angela” e questo è un po’ un modo per fare un “documentario dal basso” (anche se forse assomiglia di più alla parodia che Neri Marcoré faceva di Alberto Angela nell’Ottavo Nano).
La vita che ho scelto ho cercato di spiegarla a mia figlia. Le abbiamo detto finalmente che rimarremo qui ancora per un po’ di anni. Lei ha chinato il capo in avanti per qualche secondo e non ha detto niente. Poi ha iniziato a correre e giocare sul bagnasciuga con Leo.
Non ne abbiamo più riparlato, ma sembra più serena, anche solo per il fatto di sapere finalmente con certezza dove trascorrerà il suo futuro.
E comunque, da quando gliel’abbiamo detto il suo atteggiamento verso il mondo che la circonda è più intraprendente.
Ora ha finito la scuola, ma continuiamo a mandarla alla Petite Enfance del Carrefour Jeunesse dove si scatena coi bimbi di strada. Il pomeriggio invece lo passa coi bimbi deplacés o con gli apprendisti del Centre. Si diverte, fa molte esperienze di interazione con soggetti diversi. E con tutti si trova perfettamente a suo agio. È felice. E questo basta.
La vita che ho scelto è vederla intrufolarsi in un corteo per i diritti dei bambini africani, unica piccola africana bianca.

lunedì 6 giugno 2011

Se 6 anni sembran pochi

Oggi la mia bimba compie 6 anni.

SEI ANNI!!!!!!!!! MA VI RENDETE CONTO???????

Sei anni sono un passaggio importante: come dice Caio, tanto per cominciare, d’ora in avanti ci vorranno due mani per mostrare l’età sulla punta delle dita.
E poi sei anni è l’età in cui si cominciano le elementari… e qui si presentano i primi problemi: lei è convinta di farle in Italia, ora le dovremmo dire che abbiamo deciso di restare in Africa.
Questa storica decisione l’ho finora appena accennata, ma non spiegata. E non ne ho voglia neanche adesso. Non c’è niente da spiegare… sì, ok, io poi mi posso mettere a fare il discorso che mi sono ripetuta più volte per i parenti. Ma sono solo razionalizzazioni a posteriori: sì, è vero, avevo una paura fottuta di tornare a vivere in Italia, paura di non trovare lavoro o di essere costretta ad accettarne uno qualunque, di costringere Leo a fare altrettanto, di incattivirmi. Ma soprattutto non capivo perché sarei dovuta tornare: a Leo il contratto scadrebbe ad ottobre prossimo venturo, ma a Torino sarebbero ben contenti di rinnovarglielo, e lui sente di non aver ancora terminato il suo percorso qui. Anche io avevo ancora cose di cui raccontare su questo blog (a molti non sembrerà un granché, come lavoro non è nemmeno retribuito, ma è pur sempre meglio che regalare la tua luce del giorno ad un padrone).
Poi sì, è vero, qui c’è la guerra (o meglio: c’è stata), c’è la malaria, ci sono un sacco di brutte cose. Ma mi sembra una vita più vera di quella passata a farsi inghiottire dalla metropolitana tutte le mattine per poi esserne risputata fuori quando ormai è già buio. Una vita vissuta alla luce del neon e dello schermo del computer (tutto è artificiale), in cui si diventa matti per far quadrare i conti, per star dietro a tutto, in cui il rubinetto che perde diventa una catastrofe (qui quando gocciola, almeno vuol dire che l’acqua c’è!).
Avrei deciso di tornare solo per gli altri. Per la suocera, per la figlia, per la sorella. Ho scelto di essere egoista.

Sei anni è sicuramente anche un momento molto delicato: io mi ricordo per esempio che per me fu un po’ un trauma passare dalla casa di mia nonna dove vivevo con 5 cani e 7 gatti, dalla materna, frequentata a Viguzzolo, alle elementari di Tortona, nella casa coi miei e mia sorella.
A Marysol sto chiedendo di fare molto di più, di passare da Milano a Bassam! Ma la mia bimba è in gamba, assai (bisogna solo farle capire che non è così terribile come pensa –visto che qualcuno le ha messo in testa che qui alle elementari picchiano… e non indago su chi possa essere stato perché se lo scopro sarei io ad alzare le mani!).
E io la proteggerò da tutte le cose brutte e farò di tutto perché ciò che la circonda assomigli sempre di più (già molto gli somiglia) al suo Paese delle Meraviglie; e lei crescerà felice in un mondo che altrimenti non avrebbe mai potuto neanche immaginare (nel bene e nel male) e questo farà di lei un’adulta migliore di altri (come madre non posso sperare di meglio). In fondo anche io, superate le difficoltà iniziali, ero felice a Tortona. Basta essere insieme noi tre. Ovunque.
E pazienza se questo le insegnerà ad ubbidire alla voce del cuore, se questo un giorno farà partire anche lei per esplorare nuovi mondi, lontano da noi. Sarà donna.
Per ora mi godo la bimba, la sua allegria, la sua dolcezza, le lenti attraverso cui guarda al mondo, l’orgoglio che provo quando camminiamo mano nella mano e io penso: questa l’ho fatta io, ma non è merito mio, guardate tutti che incanto, come cresce! Adesso è una bimba grande, adesso ha sei anni (e io al suo fianco un po’ invecchio ma soddisfatta, invecchio bene).
Per ora le regalo la bici per iniziare a pedalare un po’ in questa vita.

Tanti auguri Marysol, con dei genitori come noi ne hai bisogno!

giovedì 2 giugno 2011

Storia di Abou

Abou è uno dei nostri guardiani. Un signore/ragazzo dall’età indefinibile, magro, alto, pelato con grandi occhi tondi e miti.
Arriva sulla sua bici tutte le sere, pantaloni di tela blu arrotolati al ginocchio, camicia come usano qui (sembra un po’ una giacca, un grembiule da commesso), verde scuro. Saluta e ringrazia perché anche noi lo salutiamo. Si carica il gatto sulla spalla e se lo porta a fare una passeggiata, coccolandoselo mentre controlla quanti conigli ci hanno rubato oggi o se ci sono magnà (formiche carnivore) pronte all’attacco. Poi torna per riportare il gatto e ringrazia ancora (non so per che cosa… forse pensa di dover ringraziare tutte le volte che qualcuno non lo prende a calci!). Quindi si mette sotto l’apatame, che è quasi come una casa per lui: si arrangia le sue cose, ogni tanto si fa il bucato, spesso lo si vede accucciato su un fornelletto a carbone che si scalda il tè, tra una ronda e l’altra. Anche in notti come questa, in cui infuria la tempesta e non c’è corrente, vedi la sagoma della sua cerata gialla da guardiano del faro, aggirarsi illuminandosi il sentiero alla flebile luce di una torcia.

Abou viene dal Burkina. Là faceva il pastore e un giorno si è avventurato in un viaggio biblico per venire a vendere del bestiame qui a Grand Bassam. Non ho idea di quanti chilometri siano, ma non è tanto la distanza fisica che può darne l’idea: cerco di immaginarmelo, lui, analfabeta, che non parla quasi francese, che ha sempre vissuto nel suo villaggio, che con quella sua aria vulnerabile si accinge ad attraversare confini, quello delle cose conosciute, quello di un altro Paese, le sue personali Colonne d’Ercole, e poi ancora tutta la Costa d’Avorio da Nord a Sud. Mosso dal miraggio dell’affare della vita.
Non so nemmeno COME sia arrivato qui, presumibilmente in treno, ma non mi stupirebbe se lo avesse fatto a piedi.
Quello che so, invece, è che arrivato qui non ha trovato il tizio a cui doveva vendere le sue vacche. E quindi non ha più avuto i soldi per tornare.
Poi ha trovato lavoro alla Communauté Abel. Ma i soldi non bastano mai per tornare. Così sono passati cinque anni. Cinque anni senza dare notizie alla famiglia, e naturalmente senza riceverne. Cinque anni, prima che i nostri predecessori del progetto scoprissero la sua storia e gli donassero i soldi per andare a trovare la famiglia.
Là, ha trovato che la moglie era stata data al fratello: tutti infatti si erano rassegnati all’idea che fosse morto. Così ha lasciato ciò che non aveva più (figli compresi) e se ne è tornato.

Al venerdì lo vedi partire agghindato di tutto punto col boubou per andare in moschea. È elegantissimo con la sua figura snella avvolta in uno splendente basin di un bianco abbacinante.
È un tipo taciturno, dall’aria triste e sola. Tranne quando può parlare il suo dialetto con qualcuno. Spesso lo viene a trovare Koné, uno degli educatori che dorme al dortoire, uno del Nord anche lui (qui ci sono tante etnie, tante tribù, ma la distinzione che sento più spesso è data dall’appartenenza ai punti cardinali). Allora si sentono le loro risate nella notte. Mettono di buon umore quando le senti prima di addormentarti, sono i miei folletti.
Abou è nel lungo elenco di quelli per cui vorrei una vita diversa, tra quelli che conosco qua.
Non so esattamente che cosa posso fare io per aiutarli. Per ora racconto le loro storie. È un modo per tirare fuori la dignità (enorme) nascosta (molto) in quelle esistenze.
E aspetto l’occasione un giorno anche solo per un piccolo gesto che possa fargli sentire la mia vicinanza a loro.

martedì 31 maggio 2011

Fischia il vento

Sembra che il vento del cambiamento fischi davvero! Non potevo non dedicare un post a questa bella Italia, anche se l'ho abbandonata, ci tengo ancora, soprattutto in questi momenti. Peccato non esserci.

Ma sono contenta, anche se lontana. Contenta perché anche senza il mio voto Pisapia ce l'ha fatta (forse anzi ero io che portavo sfiga...). Contenta perché i candidati che vincono NON sono scelti dal Pd (si facciano due conti). E speriamo che lavorino bene!

domenica 29 maggio 2011

Le storie di Mary

Pigra domenica di sole. Ieri che pioveva siamo andati in piscina. Oggi invece che è una splendida giornata, stiamo in casa. I nostri ritmi ci permettono questi sprechi: ora che finalmente ho recuperato il cavo del pc, approfitto della giornata di riposo di Leo per appioppargli la bimba (si stanno “ammazzando di film” di Bud Spencer e Terence Hill) e potermi così dedicare un po' al mio blog.
Intanto fremo nell'attesa dei risultati delle "vostre" amministrative.
Due delle mie principali missioni che mi sono assegnata sono state compiute (cavo e ripristino casa... quest'ultima più o meno: ancora mancano la bombola di gas e lo scaldabagno, ma questi dipendono da cause di forza maggiore). Questa settimana sono anche riuscita (oltre a procurarmi il cavo, che è la vera svolta) a comprare le nuove zanzariere (in ferro finalmente, così il gatto non le squarcerà più arrampicandocisi sopra) e a fare una super spesa ad Abidjan (stando qua mi accorgo di quanto sono consumista dentro, per quanto abbia sempre rifuggito questa tentazione; ma da quando procurare del cibo in giro per mercato affollato, puzzolente e caldissimo e King Cash polveroso e sguarnito è diventato difficile come una giornata di lavoro o un percorso di sauna –mercato-, doccia fredda –è cominciata la stagione delle piogge-, e fitness –farsi i chilometri a piedi in giro per Bassam con mille sacchetti- ho imparato ad apprezzare i grandi centri commerciali con aria condizionata e scaffali ricolmi di cose familiari).
Ora punto a ridipingere casa e imparare a cucire: su questi due progetti sono un po' in ritardo, ma spero di recuperare la prossima settimana, visto che mi vengono continuamente nuove idee di cose da fare.
Ho trovato infatti un libro in cui si spiega come costruirsi da sé altalene e scivoli; pensavo di chiedere ai nostri falegnami di tagliarmi i pezzi e poi io li monto (come all’Ikea). Mi piacerebbe farne un po' qui per Mary e un po' al Carrefour Jeunesse (il centro d'aggregazione nella ville).
A proposito: l'altro giorno la bimba ha passato il pomeriggio là, con gli scugnizzi che ci girano. Sono una marmaglia di una ventina di bambini dagli zero ai 12 anni (altro che United Colors of Benetton) che passano la loro giornata sulla strada (benché alcuni abbiano anche casa e famiglia), scalzi e in mutande (a brandelli). Sono sporchi, bellissimi e con una forza e un'energia esplosive. La piccola se l'è cavata alla grande: ad un certo punto faceva anche a botte (per gioco) col peggiore di loro... sono una madre degenere se penso che fare a botte sia un elemento importantissimo per una corretta formazione del carattere?
Ora Caio le ha anche insegnato le strette di mano che qui vanno per la maggiore (dal batti il cinque-scivola la mano-dai il pugno, all’affera la mano-schiocca le dita-battiti il petto) quindi mi aspetto che presto prenderà il dominio della marmaglia.
Ieri sera, dopo essersi vista Alice nel Paese delle Meraviglie, si è inventata questa storia: "Il mio paese delle meraviglie è che un mattino mi sveglio presto e sento dei rumori. 'Ma che cos'è? -mi chiedo- mamma e papà ancora dormono!'. Allora scendo dal letto e mi accorgo che tutte le mie bambole e i miei pupazzi hanno preso vita, e che nella stanza ci sono anche tutti i miei amici e un sacco di altri giochi: un angolo morbido per i più piccoli, dei libri, tv e computer per i più grandi, etc. Ci sono anche delle bici, per fare un po’ di fatica e non diventare somari come Pinocchio nel Paese dei Balocchi). Poi c'è una porta che dà su un prato pieno pieno di fiori e animali, come era il mondo prima che arrivasse l'uomo. E c'è anche una finestra che dà su un cielo stellato e fuori c'è una scala a pioli che sale fino sulla luna. E la luna è a metà e allora io mi ci corico come su una cullina e mi addormento e sogno di essere nel mio lettino al Centre Abel (casa nostra qui, ndr) che devo dormire".
Lo so che per una mamma anche la cacca nel pannolino è un dono inestimabile, ma questa piccola storia mi fa pensare che mia figlia sia serena e felice e questo è impagabile!

sabato 21 maggio 2011

"L'incoronazione" di Ouattara

Oggi c’è “l’incoronazione” di Ouattara. A Yamoussoukro, la capitale, è stata organizzata la cerimonia d’investitura più sfarzosa dai tempi dell’Indipendenza. Ci saranno 24 Capi di Stato, tra cui un rappresentante di Obama e Nicolas Sarkozy (che per l’appoggio militare dato all’arresto di Gbagbo sarà il leader più acclamato dalla numerosa folla accalcata fuori dalla Fondazione Houphouet-Boigny… solito rapporto di odio-amore con la “Metropole”).
In effetti il momento è importante per tutto il Paese: un nuovo passo avanti verso l’uscita dalla crisi (sperando che ce ne siano altri a breve). Così l’evento è stato seguito su megaschermi un po’ dappertutto. Anche al Carrefour Jeunesse era stato allestito un tendone che si è ben presto colorato di arancione (il colore di Ouattara) e magliette col faccione di “Ado – la solution”, indossate soprattutto dalle donne (tante donne, tutte le venditrici del mercato)… tra le facce non troppo felici dei gbagboisti. Che però erano lì ad ascoltare i discorsi di riconciliazione, di unità, di giustizia, le tante promesse di cure gratuite, scuole efficienti, investimenti sulle infrastrutture, ripresa economica e diminuzione della disoccupazione. Anche io non riesco a smettere di sperare che prima o poi arrivi qualcuno che cambi veramente qualcosa, un Pisapia per esempio, un Vendola. Qui hanno Ouattara… vedremo: intanto il mio amico tassista (altra categoria che ha appoggiato Ado) dice che i presidenti possono cambiare ma la corruzione, in basso almeno, rimarrà sempre la stessa. I taxi men, che già prima erano taccheggiati dai poliziotti, ora che molti poliziotti sono spariti (scappati nei momenti dei saccheggi) sono le FRCI (i miliziani che hanno combattuto contro Gbagbo, o che comunque si sono procurati un’arma e una divisa) a chiedergli i balzelli.
Sono tanti ancora i giovani armati in giro. Quelli che non si danno alla rapina, se ne stanno a custodire improvvisati e inutili posti di blocco per estorcere qualche Cfa (la moneta) ai passanti.
Ce n’è uno anche fuori da casa nostra. Il tacito patto con le precedenti “Forze dell’ordine” era che avendo noi una targa diplomatica, loro non ci potevano fermare. Questo patto in parte vale ancora, ma forse non tutti i nuovi soldatini lo sanno. Così l’altra mattina mentre uscivo alle 7 per portare a scuola la bimba, sotto una pioggia battente e un carico di deplcés dietro (peraltro gbagboisti), un ragazzino in mimetica mi ha fermato per chiedermi un caffè. Io gli ho risposto molto candidamente che non sono un kiosque e lui mi ha guardato come quel tizio che un giorno ha fermato me e un mio amico in Piazza Vetra per chiederci una cartina e il mio amico gli ha risposto che non l’aveva ma se gli diceva dove doveva andare poteva spiegargli lui la strada.
Alla fine ho capito che voleva delle monetine e ho ceduto.
Cosa che invece non ha fatto Caio: era ad Abidjan per fare rifornimento di gasoil (a Bassam non ce n’è ancora) e doveva riempirne due taniche; un militare gli si è avvicinato dicendogli che lo doveva pagare 500 franchi per tanica. “Perché?” chiede Caio. “Perché per motivi di sicurezza è proibito riempire taniche” gli risponde quello. “Se è proibito (cosa per altro giusta in teoria), allora vuol dire che non si può fare, non che ti devo pagare per farla” ribatte Caio. Io e Lina, in macchina, non eravamo sicure che fosse la risposta più adeguata e gli abbiamo allungato le monete. Caio gliele ha passate senza riuscire a fare a meno di dirgli: “Ok, te le do ma questa è mafia e se te lo dice un italiano ci puoi credere!”. Il ragazzo, anziché piantargli il calcio del kalash nei coglioni, ha fatto l’errore di cercare di spiegargli il suo lavoro. A quel punto Caio ha iniziato a tirargli un pippone che non finiva più su quello che fa invece la CommAbel, che la sicurezza per il Paese viene dall’occuparsi degli enfants demunies, ecc. Alla fine il militare ci ha ridato i soldi, non si sa se per esasperazione o per convinzione. Ma un grande “Woa!” per Caio.
Ma torniamo all’incoronazione di Ouattara: Bassam era in subbuglio e anche casa nostra. Mary si è svegliata con la febbre. Scatta l’allarme malaria, la procedura ormai è consolidata: STEP 1 – impegnativa per l’esame della goccia spessa (essendo sabato la Salle de soin è chiusa e l’infermiere irrintracciabile; all’ospedale ci sono 200 persone in coda, allora andiamo in un ambulatorio privato –5000 franchi per avere la prescrizione-); STEP 2 – esame della goccia spessa (all’ospedale è finito il reagente, le altre farmacie che eseguono il test sono chiuse, quindi altra clinica privata -e altri 5000 franchi- dove in uno sgabuzzino simile, come quello dell’ospedale pubblico, al cesso di un autogrill, spezzano la siringa nel braccio della piccola, ma alla fine riescono a fare il prelievo senza colpo ferire)… tutto questo saltando da un posto all’altro della città con un caldo insopportabile e la bimba in braccio che bruciava. STEP 3 – ritiro delle analisi (nel pomeriggio, con calma; almeno essendo negative ci saltiamo il passaggio di farci prescrivere i farmaci e comprarli, un altro paio di salti in giro per la città e un paio di altre bottarelle da 5000… in effetti dopo qualche ora la bimba stava benissimo e febbre non ne ha più avuta, forse solo un colpo d’aria condizionata!).

Questa è stata la conclusione di una settimana segnata da interminabili discorsi sui grandi progetti della CommAbel: per occuparsi dei deplcés (e cercare anche di far tornare a casa quelli che possono pagandogli il viaggio, benché le grandi agenzie forse non abbiano tutto questo interesse, ora che gli sono arrivati i finanziamenti –tre mesi dopo l’insorgere dell’emergenza), per rinsaldare la coesione sociale, per riprendere l’attività a pieno regime, e soprattutto per destreggiarsi nei complicati meandri dei bandi di finanziamento.
Tutti discorsi molto coinvolgenti, stimolanti e appassionanti. Ma siccome io sono un po’ deplacée a casa mia (non abbiamo né gas –che non si trova-, né scaldabagno –non ci sono soldi per cambiarlo… l’ho detto: una costante, anche a Milano stessa cosa-, né lavatrice e acqua potabile –da sempre nella casa di Caio e Lina) passiamo la maggior parte del tempo con la Direzione Generale perennemente riunita e quindi se ne parla a colazione, pranzo e cena e tra una pausa e l’altra.
Per non rischiare l’overdose cerco di concentrarmi sui miei di progetti. Che si accumulano.
Per esempio, la settimana era iniziata con i postumi del week end ad Assouendè, che mi ha ispirato l’idea della “Casa del piccolo cooperante” (un finto Grande Fratello, in cui dare assaggi della nostra “eccentrica” quotidianità).
Sì, lo so: prometto, prometto poi concludo poco. Ma nessuno di voi (perché c’è qualcuno dall’altra parte dello schermo, vero?!) mi sembra così impaziente.
Intanto, vi lascio con un nuovo proverbio africano: “Il problema non cerca l’uomo, è l’uomo che cerca il problema”.