sabato 14 maggio 2011

Aqwaba - Ben tornati

Potrei raccontare di come è stato dolce ritrovare questa luce, questo cielo che credevo di aver perduto per sempre.
O dell’impressione che mi ha fatto vedere case e strade ancor più distrutte di prima, i supermercati e le banche con ancora i segni dei saccheggi.
E nonostante tutto la voglia di ricominciare, la gente intenta a ricostruire i negozi devastati, i sorrisi sui volti delle persone. Anche dei nostri 200 nuovi vicini di casa (dei deplacès di Abobo e Yopougon, che hanno perso tutto -casa, lavoro, forse anche dei familiari-, e che da tre mesi venivano rimbalzati da una parte all’altra, fino ad arrivare ad accamparsi nel nostro Centre).

Ma la poesia finisce qui.
Appena arrivati: Caio ha perso la valigia; io mi sono accorta di aver dimenticato il cavo del computer in Italia (porco il mondo, ho un pessimo rapporto con la tecnologia, soprattutto coi cavi); uno dei nostri deplacé è morto (tra l’altro nel modo più stupido per chi è scampato a chissà quali orrori e poi, giocando a calcio si appende alla traversa della porta per dondolarsi e se la tira addosso... era poco più di un ragazzo, il medico responsabile del loro gruppo ha detto che non era niente di grave. Ma si sbagliava.); e un fulmine si è abbattuto sopra casa nostra (un botto che sembrava una bomba, il contatore di Caio e Lina è esploso, le nostre lampadine sono schizzate fuori dai lampadari e l’impianto di tutto il Centre si è bruciato... siamo rimasti senza corrente per quasi una settimana. Quando poi è ritornata non è tornata ovunque, così –per esempio- stiamo ospitando in casa nostra le incubatrici dei pulcini –ancora nelle uova- e al mattino ci svegliamo coi nuovi nati in salotto... Mary è in sollucchero!).

Intanto ci arrivano i racconti di quello che è stata la guerra nel resto del Paese (a Bassam, a parte i saccheggi in banche e super, non è successo niente): una delle cuoche della Communauté ha perso 25 (venticinque) membri della sua famiglia in un giorno solo. Erano di Man una città nel Nord, i miliziani lungo la strada bruciavano tutto ciò che incontravano (sia quelli di Gbagbo in rotta, sia quelli di Ouattara che li inseguivano). È successo anche nell'Ovest a Duekoué, ed è successo anche ad Abidjan, a Yopougon (l'ultimo quartiere ad essere messo in sicurezza... più o meno, ancora si sparacchia), dove hanno trovato delle fosse comuni. L’Onu parla di 3000 morti nel conflitto, ma forse è un bilancio ottimistico.

E il tran tran quotidiano ricomincia.
Marysol è felicissima di aver ritrovato gli amici, ricominciato la scuola, la piscina, le lezioni di piano. Le hanno dato la pagella del 1° trimestre, è piena di A e B, tranne una C... in religione!
Leo è strapreso dal lavoro e sono un po' gelosa dell'affiatamento con Lina e Caio, da cui mi sento un po' esclusa perché loro oltre a condividere tanti importani impegni, hanno condiviso anche i tre mesi difficili della crisi. Ma penso che recupererò in fretta il mio posto in mezzo a loro. E comunque sono felicissima anch'io di essere di nuovo qui.
Mi sono fatta un programma per le prossime settimane: entro questa dovrei riuscire a riprendere il controllo della casa che dopo 5 mesi d'assenza era invasa dai vermi come un pezzo di carne andata a male (e non è una metafora).
Poi entro la prossima settimana voglio risolvere il problema del pc e procurarmi l'attrezzatura per ridipingere le camere, ho idee fantastiche in proposito.
Ho idee fantastiche anche di modelli di vestiti da fare con le stoffe di qua, quindi inizierò a fare un corso di taglio e cucito. Intanto la mia linea di moda la potrei iniziare facendo stampare sulle magliette dei proverbi africani. Per esempio ce n'è uno che dice: "Per quanto ingrassino le chiappe, non potranno mai soffocare il buco del culo". Voi la comprereste una maglietta così?

Tra le altre cose, mi riprometto di fare a breve un focus anche sulla situazione dei deplacés (sono un milione in tutto il Paese). Per il momento mi limito ad accennarvi alcune storielle amene come quella tubercolotico (che poi si è scoperto che non era affatto tubercolotico –perché l’abbiamo portato noi dal dottore, cosa che invece non ha fatto l’Ong che li segue), costretto a vivere isolato sotto l'apatam (un gazebo); o quella della ragazza traumatizzata dalla guerra (posseduta dagli spiriti dicono qui) e che non può più occuparsi dei suoi tre figli, che vengono curati a turno dagli altri deplaces.
L’Unhcr ci voleva anche rifilare altri 300 rifugiati (questa volta liberiani, fuggiti in Costa d'Avorio dalla guerra nel loro Paese poco prima che gli Ivoriani fuggissero in Liberia dalla guerra qui). Ora: vivendo io nel mondo di Biancaneve e dei sette nani, pensavo che una delle ragioni dell’esistenza di certe agenzie Onu, fosse quella di gestire le emergenze e che in casi come questi arrivassero completamente attrezzati di tende, w.c. chimici, cucine da campo e camion di alimenti.
Non è così: innanzitutto spesso si appoggiano a Ong locali, così succede per esempio che, benché il Pam (Programma Alimentare Mondiale) garantisca 3 pasti al giorno, ai nostri deplacés arrivi solo un po’ di riso ogni tanto (e di fatti i nostri allevamenti sono decimati dai furti). Sono maligna a pensare che nella catena di distribuzione, qualcosa finisca sul mercato nero, visto che l’approvvigionamento dei generi di prima necessità è ancora difficoltoso? Storie da anni ‘40.
In secondo luogo, queste istituzioni sono spesso intasate di burocrazia, per cui nei momenti di crisi fanno riunioni di giornate intere per decidere come gestire l’emergenza, se appoggiarsi a piccole Ong locali o grandi ma di fuori, etc., e così mentre quelli discutono su come gestire l’emergenza, l’emergenza non la gestisce nessuno per settimane. Anche chi presenta progetti deve sempre impazzire per fare carrettate di preventivi (che poi voglio dire: nei villaggi sperduti non è che trovi così tanti idraulici che ti fanno preventivi per le lattrine!). Poi se il progetto non ha alcun impatto sull’esistente, non importa: basta che la rendicontazione rispetti i parametri.
Nel nostro caso, quelli che ci volevano rifilare i 300 liberiani non avevano mai sentito parlare di w.c. chimici e pretendevano che cagassero tutti e 500 (includendo i 200 sfollati che già abbiamo) nei bagni pensati per una cinquantina di persone (quelli dell’ex internato del Centre).
Noi oltretutto quel giorno, oltre a essere senza corrente a causa del fulmine, eravamo anche senz’acqua. Così, riusciti a scampare all’invasione di rifugiati, ci siamo rifugiati a nostra volta ad Assouendé (un villaggio sul mare, poco distanti da qui) per un week end di sesso, droga (Pastis) e rock&roll (o meglio: reggae).

sabato 7 maggio 2011

Nòstoi

Νòστοι: poemi epici dei ritorni, inteso come ritorno dal fronte dei veterani della guerra di Troia, di cui l’Odissea è il più celebre esempio.


Questa nozione risalente al ginnasio è rimasta impigliata in un mio neurone, sepolto sotto milioni di altri (bruciati), fino a riemergere prepotentemente in questo periodo.
Dunque il 21 gennaio Leo è tornato in Costa d’Avorio, mentre io sono rimasta a Milano a destreggiarmi tra un melanoma, la figlia abulica per la troppo prolungata assenza del papà e della scuola, un padre (il mio) in crisi finanziaria, una sorella un po’ esaurita e lo scaldabagno rotto (una delle costanti della mia vita).
E una ricerca su Via Padova per il Teatro Officina, che per realizzare uno spettacolo necessitava, oltre che della documentazione storica, anche di testimonianze di operai pugliesi degli anni '50 e di latinoamericani di oggi con storie estreme. Ho così scoperto un quartiere dalla storia affascinante, da sempre meta di immigrazione e forse per questo ricco di umanità (non solo nel senso di "ricco di vari tipi umani", ma di umano sentimento). Quindi andate assolutamente a vedere lo spettacolo il 31 maggio al Piccolo Teatro Studio!

http://www.teatroofficina.it/it/

I racconti che giungevano da Bassam, intanto, riportavano dell’assurda normalità con cui la gente di lì riesce a continuare a vivere nonostante il mondo intorno stia bruciando: strade affollate, le piccole attività commerciali che se riescono a resistere a quel sole possono farlo anche con la guerra, le domeniche in spiaggia, le serate a mangiare il poulet braisè in Rue Congo.
Così, appena ho saputo, con grande delusione della suocera, che il mio melanoma per ora non destava grandi preoccupazioni, mi sono affrettata a prenotare il volo di ritorno. Avevo trovato un’offerta davvero eccezionale..., pure troppo: infatti si faceva scalo a Tripoli, dove il giorno dopo che ho acquistato il biglietto, Gheddafi stava bombardando i manifestanti.
Nel frattempo le banche in Costa d’Avorio avevano chiuso: non c’erano più soldi in giro! Mi aspettavo una reazione tipo Argentina 2001, con assalti agli sportelli, la gente inferocita, etc. Invece: in quell’assurda normalità, la gente normalmente è povera e quindi non ha conti in banca, quindi le strade continuano ad essere affollate, le piccole attività commerciali non si sa come continuano a resistere, e comunque la domenica si va in spiaggia e quando si può si va a prendere un poulet braisè.

In quell’assurda normalità, è anche normale che Leo vada in missione in Burkina per prelevare i soldi dei salari, che in Burkina scoppi una rivolta e che Leo debba quindi rimandare il suo rientro in Costa d’Avorio e quindi anche in Italia (era il piano B). Ma soprattutto è assurdamente normale che l’ambasciata italiana, mentre lui è là, lo contatti per chiedergli di procurare dei soldi anche a loro (i potenti mezzi della politica estera del nostro Paese!).
Il piano C era che il 4 aprile lui tornasse in Italia (nuovo tentativo). Intanto, fallita l’ultima (finta) mediazione dei “4 deficienti” (così un nostro amico dell’Onu definiva i quattro capi di stato scelti dall’Unione Africana per risolvere la crisi ivoriana), ad Abidjan si era cominciato a sparare: sulle donne che marciavano chiedendo che Gbagbo se ne andasse, sul mercato (così tanto per), nel quartiere di Abobo, dove il “Commando invisibile” (pro-Ouattara) metteva a dura prova le milizie lealiste.


La storia di questo gruppo di guerriglieri è feroce, romantica, ricorda alcuni racconti partigiani e potrebbe essere la sceneggiatura di un film: il quartiere di Abobo (un milione d'abitanti più o meno) era schierato con Ouattara e per questo motivo sottoposto al più duro coprifuoco e alle più dure scorribande dei miliziani gbagboisti. Il capo tradizionale racconta di aver visto morire i suoi figli di 3 e 5 anni per mancanza di medicine; una suora racconta di aver passato nottate intere a estrarre pallottole dai feriti. Ma ad un certo punto un misterioso commando inizia ad organizzare agguati mordi e fuggi alle milizie per procurarsi le armi e passa poi ad una vera e propria resistenza, sostenuto dalla popolazione che all'arrivo dei miliziani dà l'allarme pestando sulle pentole. Dopo che per giorni i media si sono interrogati sull'identità e l'appartenenza dei suoi componenti, con un colpo di teatro il sergente "IB" si proclama loro capo attraverso un comunicato in cui lascia intendere di volersi proporre come "terzo incomodo" tra Ado e Gbagbo. "IB", alias Ibrahim Coulibaly (alias Denzel Washington nel nostro ipotetico film, è identico!), era capo delle forze ribelli del Nord nel 2002 insieme all'attuale primo ministro di Ouattara, Soro, cui era legato da antichi dissapori. Dopo aver combattuto strenuamente contro Gbagbo, IB si è rifiutato di deporre le armi quando le Forze Repubblicane hanno liberato il quartiere. Ed è stato ucciso.

Pochi giorni prima, nel resto del Paese era cominciata l’insurrezione: dal Nord, dall’Est e dall’Ovest, le forze repubblicane fedeli a Ouattara marciavano verso Abidjan (in alcuni casi seminando distruzione sul loro cammino). In quattro giorni avevano preso il controllo del Paese e ora erano in stallo intorno alla residenza di Gbagbo.
A Bassam non si andava più alla spiaggia e a mangiare il poulet braisè.
A Bassam c’erano centinaia di sfollati. C’era il nostro amico Yakou male in arnese e con una ferita infetta alla gamba. C’era la Communauté che cercava di occuparsi un po’ di tutti e che con l’aiuto delle autorità cercava di evitare l’insorgere di conflitti etnici. E di fatti a Bassam non c’erano scontri. Non c’era nemmeno l’Onu che chiedeva alla Communauté di andare loro in teatro di guerra a prendere gli aiuti umanitari.
E c’erano gli europei della città che si erano dati appuntamento al Wharf, il ristorante-piscina sul mare dove anche noi andavamo spesso, per discutere il da farsi. Quando uno dei camerieri del Wharf ha messo in giro la voce che “i bianchi” tramavano chissà che, questi si sono cagati sotto e hanno contattato la Licorn (il contingente francese), che li ha messi in lista per l’evacuazione.
Siccome i voli commerciali erano stati sospesi e anche il piano C era fallito, Leo suo malgrado, ha dovuto accettare di essere prelevato in elicottero (come mi rode essermi persa la scena dell’elicottero che atterra nel campo, con i soldati che sbarcano armati e si mettono in posizione e trovano allegre marmaglie di bambini che gli fanno ciao con la mano, mentre i bianconi salgono. Non ho mai fatto un viaggio in elicottero in vita mia!).
Dalla perfetta organizzazione della base francese, che in quel momento accoglieva 2000 persone e che con un volo militare mandava chi voleva partire negli aeroporti confinanti, i nostri (oltre a Leo, Lina e Caio), passavano alla spensierata “ospitalità” del nostro console a Lomè (Togo). Che vedendoli arrivare con l’idea di passare la notte in aeroporto per ripartire il giorno seguente, ha detto: “Noooooo, ci penso iooooooooo. Io ho gestito emergenze ben più gravi!”. Ha insistito, ha scelto lui un albergo e poi gliel’ha fatto pagare a loro (io sono convinta che fosse amico dell'albergatore e si sia fatto passare una stecca). Il nome del console era Marziano: un nome, una promessa (di venire da un altro pianeta!).

In ogni caso Leo è finalmente approdato nella sua Itaca, dove io ero alle prese con l'ordinaria amministrazione (che vuol dire comunque un'avventurosa lotta quotidiana anche se dal sapore meno esotico). Per esempio, avevo iniziato a fare la “scuolina” con Marysol (si passava la mattina a giocare che io ero la maestra e che lei doveva fare tanti piccoli lavoretti di taglia-incolla-colora, impara etc.): un modo per tenerla un po’ su, che ha funzionato.
E intanto pensavo. Pensavo che la cosa più pesante del trovarsi qui sola (a parte la suocera che deterrà sempre il primato nella classifica delle rotture di cazzo), non è tanto conciliare le esigenze di una figlia in crisi, con il lavoro e la mia sopravvivenza personale, quanto non avere nessuno (sano di mente) con cui condividere le mie angosce (sì, ok ci sono gli amici, a cui faccio una capa tanta, ma non è la stessa cosa di un marito). E io di angosce ne avevo tante. E allora sognavo.
Vedendo il nostro conto in banca assottigliarsi con una rapidità allarmante, i guai in cui si è cacciato mio padre e le condizioni della sua casa, vedendo un Paese (l’Italia) che economicamente e non solo va sempre più a rotoli, sognavo che tutto si risolveva e noi saremmo tornati a vivere in Costa d’Avorio per sempre (o quasi).

L’arresto di Gbagbo (grazie all’intervento francese chiesto dall’Onu) l'11aprile, è stato il primo passo verso la realizzazione del mio sogno (e di quello di molti altri ivoriani). Imperdibile l'espressione di smarrimento sul volto dell'uomo che si credeva scelto da Dio, mentre le Forze Repubblicane lo vestono, con tanto di elmetto e giubbotto antiproiettile per evitare che la folla lo linci:


http://videos.tf1.fr/jt-20h/les-images-de-l-arrestation-de-gbagbo-les-circonstances-se-precisent-6381745.html

Ora siamo qui all'areoporto di Parigi, dove abbiamo reincontrato Lina, diventata zia, e Caio, diventato single. Siamo pronti per ripartire. E, questa volta, restare!

sabato 8 gennaio 2011

Mal d'Africa

Dopo un mese di silenzio, questo è il secondo post in pochi giorni. La verità è che la Costa d’Avorio mi manca da morire. Così mi capita di fare errori madornali come passare il pomeriggio leggendo le notizie su Abidjan.net e ascoltando Tiken Jah.
Nella sua musica c’è tutta la luce di quel cielo così basso che splende anche quando è tumefatto di nuvoloni; c’è tutta la vitalità di quelle strade brulicanti di persone, colori e animali. Ascoltandola non posso fare a meno di vedere le piste di terra rossa divorate da campi, acquitrini, foresta e rifiuti; i sorrisi dei nostri amici; le domeniche a Mondoukou; tutti quei discorsi sul futuro del Paese, le loro speranze.
E i suoi testi mi fanno sognare un’Africa diversa, quella dove i miei amici possano lavorare in pace e continuare a parlare del loro futuro e sperare… e non perdere l’amore per queste cose come è invece capitato a me con l’Italia.
Cosa non darei per essere là adesso e partecipare alle iniziative che il Centro sta facendo tra le comunità più divise dalla crisi politica per rinsaldarle facendole giocare a calcio. Sono queste cose poi che alla fin fine possono rendere più difficile agli uni di sparare contro gli altri, mentre Gbagbo organizza le sue milizie e Ouattara cerca il modo di asfissiarlo economicamente. O forse no: magari non serve a niente, ma è sempre meglio che stare qui ad ascoltare Tiken Jah che parla di “African Revolution” (We want revolution/Young people revolution/Intelligent revolution/Must be African education/ Go to school brother/And learn what they are doing/It will open up your eyes/to the people's situation/Go to school my brother/I said go to school/You will understand very soon/All problems of your nation…), e dice che « Il faut se lever » (Personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place/Je dis personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place/Il faut se lever, lever, lever pour changer tout ça On doit se lever, lever, lever pour changer tout ça/Il était une fois/un continent pris en otage/Qui se demande pourquoi/il ne peut sortir de sa cage/Il faut se lever, lever, lever pour changer tout ça On doit se lever, lever, lever pour changer tout ça/On cherche le bonheur dans les cartes/On cherche mais on le trouve pas/Pourquoi faut il toujours qu'on parte/Alors que l'Eldorado est là/On veut voler de notre propres ailes/C'était le rêve de nos aïeux/Elle est pas si loin l'étincelle/Il suffit qu'on ouvre les yeux/Il faut se lever, lever, lever pour changer tout ça On doit se lever, lever, lever pour changer tout ça/Personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place/Je dis personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place/Il faut se lever, lever, lever pour changer tout ça On doit se lever, lever, lever pour changer tout ça/N'ayons pas peur de l'ouvrage/De tout reprendre à zéro/N'ayons pas peur tournons la page/Pour construire un monde nouveau/Il faut se lever, lever, lever pour changer tout ça On doit se lever, lever, lever pour changer tout ça/Personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place/Je dis personne ne viendra/changer l'Afrique à notre place).
La prossima settimana Leo deciderà se ripartire o no. Io continuo ad essere contraria perché non mi sembra che in questo momento il gioco valga la candela. Ma capisco benissimo la sua voglia di andare.
Vi lascio qualche link per scoprire di che parlo quando cito Tiken Jah Fakoly.

http://www.youtube.com/watch?v=iowzq1QtE_I
http://www.youtube.com/watch?v=iEC-8005oXM&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=ThmhpX2srzo&feature=relatedhttp://www.youtube.com/results?search_query=tiken+jah+fakoly+il+faut+se+lever&aq=f

martedì 4 gennaio 2011

Anno nuovo… e la vita?

È passato un mese dall’ultimo post. Troppo tempo. Ma certe emozioni hanno bisogno di sedimentare.
E questa veranda a picco sul lago Maggiore, invasa da un sole invernale, è il posto ideale in cui provarci. Già: sono in Italia…è la prima volta che scrivo fuori dalla Costa d’Avorio.
E questo mi costringe a fare un salto indietro di qualche settimana. Questo blog sembra sempre di più Lost, con flash farward (dall’inizio della mia esperienza africana – peraltro con cose scritte mesi prima - a quello che potrebbe rivelarsi come l’epilogo) e flash back (da questa veranda ai primi giorni della crisi politica ivoriana).
Il 13 dicembre io e Marysol siamo partite. Negli ultimi giorni la tensione era salita anche a Bassam: si iniziava a parlare di milizie mercenarie gbagboiste nascoste da qualche parte in città; i miei amici mi raccontavano di dormire col machete sotto il cuscino; Paul il sarto cercava i mezzi per far rifugiare la moglie incinta e la madre anziana in Ghana (poi Lina gli ha pagato il biglietto dell’autobus); e anche l’amichetta di Marysol mi chiedeva di poter venire a stare a casa nostra perché aveva paura che le dessero fuoco alla casa (un timore rivelatosi poi infondato, parlandone con la mamma, ma che la dice lunga sull’umore della gente).
Quel mattino siamo partiti presto, io, la bimba e Caio (che ha deciso anche lui di rientrare, mentre Lina era partita il giorno prima, Tizio due giorni prima, Lella tre giorni prima… solo Leo ha deciso di restare). Lungo il tragitto non riuscivo a scollare gli occhi dal finestrino, non perché m’aspettassi di veder saltar fuori uomini armati da una delle tante buche sulla strada (preoccupazione peraltro legittima), ma perché cercavo di fissare quelle immagini nella mente per poterle sfogliare come foto ricordo il più a lungo possibile: non sapevo se e quando avrei rivisto le file sterminate e ordinate delle palme, i chioschetti di paglia che corrono ai lati delle macchine, le donne slanciate e vestite di colori sgargianti che sfilano coi loro cesti in testa, le pecore che brucano ciò che trovano tra asfalto e sabbia, l’oceano spumeggiante che fa capolino al di là della vegetazione, la laguna scintillante al primo sole del mattino, quel cielo basso e azzurro che diffonde ovunque una luce accecante.
Pensavo alla prima volta che avevo fatto quel tragitto, al contrario, di notte, alle mie paure e alla mia curiosità di allora; alla serenità che avevo trovato nella mia casetta in mezzo agli aironi; agli amici che lasciavo. Io, la bianca, appena le cose si mettevano male, partivo, perché potevo, avevo i soldi per farlo e un altro posto dove andare. Loro restavano lì: Yakou, Anna, Madam Akà, Dadao e tutti i bambini di Oddos, Denis e Rina, Maiga e Solo, Mathias e Armand, Abou e Amed, Carole e Akwesson col piccolo Axel... Qualcuno di loro aveva votato Ouattara, qualcun altro Gbagbo, ma probabilmente tutti avrebbero accettato che il loro campione andasse all’opposizione pur di vedere il loro Paese finalmente in pace e pronto a ripartire. Invece adesso che cosa li aspetterà?
Appena arrivate io e la bimba siamo state travolte dalle incombenze natalizie, dai parenti troppo presenti e… dalla cocciutaggine di Leo!
Come avevo già intuito e cercato inutilmente di prevenire, mio marito ha infatti aspettato che noi fossimo in Italia per comunicarci che non voleva tornare nemmeno il 18 (data d’inizio delle sue vacanze già da tempo programmate). Alla fine è stato costretto dai suoi capi a tornare, per poi rimanere bloccato due giorni all’aeroporto di Parigi da una bufera di neve. Accampato allo Charles de Gaulle come Tom Hanks nel film “The Terminal”, senza soldi (o meglio: con soldi dell’Africa Occidentale che, nonostante l’abbiano colonizzata per più di un secolo, i francesi non cambiano; così ha cambiato con un addetto alle pulizie maliano che gli ha fatto un tasso da strozzino e poi gli ho dovuto mandare altri euro io tramite Western Union come ad un vero profugo politico), gli hanno perso pure il bagaglio. Per cui me lo sono visto arrivare all’uscio (finalmente a Milano) trasformato in una specie di pupazzo di neve in camicia hawaiana, sostenendo che avrebbe preferito avere alle calcagna le milizie gbagboiste.
Nella settimana in cui lui era rimasto lì, la situazione si era ulteriormente aggravata: i sostenitori di Ouattara avevano cercato di marciare verso il palazzo della tv di stato per prenderne possesso e insediare la nuova direzione, ma i mercenari di Gbagbo provenienti da Liberia e Sierra Leone gli hanno sparato addosso prima ancora che entrassero nel quartiere. Intanto l’Onu denunciava la sparizione di decine di oppositori (che ogni tanto venivano poi ritrovati uccisi a qualche angolo di strada), gli arresti sommari e tutte le violenze tipiche della situazione. Anche a Bassam: mentre polizia e sindaco trattavano sull’opportunità o meno di rimuovere le barricate, un gendarme ha pensato bene di gettare un fumogeno in moschea durante l’ora di preghiera. Per cui gli occupanti sono usciti e hanno dato fuoco al commissariato, alla macchina del commissario e alla sua casa. Sono allora usciti dalla loro tana i miliziani e hanno fatto un po’ di massacri. Anche negli ultimi giorni: Mathias ci ha raccontato che hanno cercato di rapire il sindaco e il prefetto. Le notizie ufficiali che ci giungono parlano di un ultimo tentativo di mediazione della CEDEAO (la Comunità degli Stati dell’Africa Occidentale), dopo il quale – se Gbagbo non sarà partito – minacciano l’intervento armato.
Nonostante tutto ciò, Leo insiste che vuole tornare al più presto (e già gli è stato impedito di partire il 3 gennaio). Io capisco le sue pulsioni etico-morali (e le condivido) ma ritengo che vadano razionalizzate alla luce di due considerazioni: 1) la bilancia pende in questo momento più dal lato dei rischi che dell’utilità della sua presenza là (che non nego ci sia); 2) le sue responsabilità sono innanzitutto verso di noi, poi verso il suo lavoro (e per responsabilità intendo non solo che dovrebbe evitare di incappare nelle milizie che anche solo a scopo di rapina gli potrebbero tirare una randellata in testa, ma anche essere presente; d’altronde avevamo deciso di fare questa esperienza insieme e così non è più “insieme”).
Ma non vuol sentire ragioni e questo mi ferisce molto: non un pensiero a noi, non un dubbio che io possa aver ragione (l’ipotesi non è nemmeno presa in considerazione per assurdo), non un’esitazione, un tentennamento, neanche un po’ di tristezza nel separarci…
Dal canto mio, io mi sento abbastanza persa: al momento non si parla ovviamente di rientrare. Quindi sono qui, in una casa che mi sembra si sia ristretta e mi dà la claustrofobia (mentre Mary sbatte la testa da tutte le parti), in una città grigia e fredda, circondata dai parenti di cui sopra, senza sapere per quanto: devo cercarmi un lavoro (uno stipendio solo in Africa basta, a Milano no)? Devo cercare una scuola per Mary?
Boh, già mi stava sulle palle di dover interrompere questa mia esperienza il prossimo ottobre, ma vedermi rubare anche quei pochi preziosi ultimi mesi mi fa ribollire!
Non è la miglior disposizione d’animo per iniziare l’anno nuovo…

mercoledì 8 dicembre 2010

Che fare?

La domanda non è solo per citare Lenin, ma può essere interpretata sia in senso metafisico che fisico.
Che farà questo Paese? Che fare di noi in questo Paese? Che fare per passare il tempo?
L’interrogativo più facile da risolvere è l’ultimo: per quanto mi riguarda, scrivo sul blog.
Riguardo al primo, è più difficile dare una risposta: in questo momento ci sono due presidenti, uno eletto secondo l’Onu, l’altro no. Uno ha prestato giuramento per posta, l’altro da casa sua. Entrambi vanno avanti nominando primi ministri e governi, cercando di prendere il controllo dell’amministrazione (istituzioni, centri di potere, stanze dei bottoni). Gbagbo ha dalla sua parte le forze armate e la tv. Ouattara l’intera comunità internazionale, la Banca Centrale e Le Forces Nouvelles (gli ex ribelli del Nord).
Tutti i tentativi di mediazione per convincere Gbagbo ad andarsene sono falliti. E non se ne vedono altri alla luce del sole.
Abidjan e Bassam sembrano tornate alla “normalità”: dopo i primi giorni di scontri (una trentina di morti), manifestazioni e barricate, è tornato il solito traffico per le strade, i negozi hanno riaperto e la gente se ne va in giro con un’aria spensierata (più di una volta mi è capitato di notare che questo non sembra mai un Paese sull’orlo del baratro).
Che cosa succederà adesso? Dopo un anno che sto qua ho imparato che la Costa d’Avorio è incomprensibile, imprevedibile, ci si può aspettare veramente di tutto, anche che si rimanga in questa situazione kafkiana per sempre: la gente decide che può continuare a fare la propria vita di tutti i giorni anche con due presidenti, tanto in ogni caso a loro non cambia mai un cazzo che ci sia Gbagbo, Ouattara, tutt'e due o nessuno; fanno sempre la fame lo stesso!
Ma la possibilità che si decida di passare alle armi e che scoppi una vera guerra civile, c’è.
I parenti in Italia sono sull’orlo di una crisi di nervi (o l’hanno già oltrepassato): le notizie che gli arrivano sono “decontestualizzate”, mentre noi stando qui non solo abbiamo informazioni di prima mano, ma riusciamo anche a percepire più direttamente “gli animi” di queste persone.
Nei soliti modi irritanti “di chi sa tutto mentre tu non capisci una minchia”, la suocera mi intima di rientrare (non capendo che: a - forse è lei a non avere il polso della situazione e si sta facendo sopraffare dal panico; b – in questo modo mi fa solo scappare la voglia). Tra l’altro, in tutto questo la bimba è tranquilla. Io preferisco non tenerle nascoste le cose, ma spiegargliele. Lei vedendo noi tranquilli, non si preoccupa. L’unico effetto che hanno dunque sortito le continue telefonate allarmate della nonna è stato quello di trasmetterle ansia.
La cosa che più di tutto mi fa ribollire il sangue è che non hanno la minima fiducia nelle nostre capacità di discernimento e nel nostro senso di responsabilità in quanto genitori.
Se siamo venuti qui (o: se per ora siamo ancora qui) non è perché siamo dei pazzi incoscienti, ragazzotti ingenui e romantici con la testa fra le nuvole. Sapevamo esattamente cosa poteva succedere (come sapevamo della malaria, sapevamo di imminenti elezioni che avrebbero potuto creare casini) e abbiamo calcolato che era un rischio che eravamo in grado di assumerci. Lo stesso tipo di calcolo che a Milano si fa alla mattina uscendo di casa e sapendo di poter essere investiti da una macchina o aggrediti da un malintenzionato: esci lo stesso, attraversi sulle strisce, eviti di girare la sera da sola. Qui, mutatis mutande, è la stessa cosa: eviti di farti pungere dalle zanzare o fai subito il test appena hai un po’ di febbre, eviti di andare a Bassam quando ci sono manifestazioni, eviti di andare ad Abidjan.
Fino a ieri ero fermamente convinta che nella nostra bella fattoria ero molto più al sicuro che non per le strade della capitale economica in cerca di un biglietto aereo (qui non esistono carte di credito, si fa tutto di persona e in contanti) o sulla strada per guadagnare l’aeroporto (che tra l’altro in questi giorni sarà nel caos più totale per far ripartire tutti quelli che erano rimasti bloccati qui la scorsa settimana - tra cui Mina, sigh!).
Qui siamo fuori dal centro abitato (quindi lontani da qualsiasi possibile scontro. Per arrivare qui uno dovrebbe proprio venirci a cercare e nessuno ne ha il motivo. E se anche lo avesse noi abbiamo i guardiani, l’allarme a distanza per chiamare le guardie giurate, la casa del vescovo a 100 m. e il campo d’addestramento delle truppe francesi a 500). In secondo luogo perché Bassam è sicuramente più tranquilla che Abidjan. Una cosa curiosa è che i sostenitori dell’uno o dell’altro sono nettamente divisi per quartieri, città e regioni: nella capitale per esempio la situazione è più tesa perché ci sono quartieri che appoggiano Gbagbo e quartieri che appoggiano Ouattara. A Bassam sono per lo più pro Ouattara e quindi hanno fatto delle barricate con turni di guardia a mo’ di servizio d’ordine.
L’unico problema che potremmo incontrare è fare la spesa: prima di scendere in città ovviamente ci informiamo sempre sulla situazione, facciamo una toccata e fuga e torniamo ben equipaggiati “chez nous”.
E se proprio non riuscissimo nemmeno a fare la spesa qui abbiamo frutta, verdura, polli, conigli (e personale che ce li sappia preparare!), ecc.
Se poi dovessero scoppiare casini grossi, non sarebbe una cosa così improvvisa da rendere impossibile un’evacuazione tramite una delle ambasciate europee.
Questo è quello che pensavo fino a ieri... Prima di sapere che le milizie di Gbagbo si sono accampate in fondo alla nostra strada.
Ho anticipato il volo e ora non mi rimane che convincere Leo a fare altrettanto (lui in effetti sente molto più forte le responsabilità verso il suo lavoro che verso di noi, anche perché ha un “senso del pericolo” molto labile – un giorno vi racconterò le nostre disavventure a Caracas).
Questo mi mette di pessimo umore. Le parole di Alpha Blondy mi sembrano le più appropriate per chiudere questo post:
Refrain :
Les salauds, ont mis le feu à mon paradis
Les salauds, ont mis le feu au paradis.
Ces salauds, ont mis le feu à mon paradis.
Les salauds, ont mis le feu au paradis.
Journalistes pyromanes,
Politiciens mythomanes,
Avec les prêtres corrompus,
Et les imams vendus,
Ils sont bêtes et méchants,
Ils ont mis le pays à feu et à sang,
Bêtes et méchants (x2).
Ils s'en foutent de toi et moi (x2)
Ils s'en foutent de nos parents,
Ils s'en foutent de nos enfants.
Refrain

domenica 5 dicembre 2010

Come sopravvivere a un colpo di stato

Non vorrei che leggendo questo post pensaste che siamo un branco di fancazzisti incoscienti. Il fatto è che da una settimana ormai siamo chiusi in casa, salvo qualche fugace missione in città per fare la spesa.
Per il resto ciondoliamo per casa, afflitti da un’inspiegabile letargia, da cui ci risolleviamo solo all’annuncio di notizie. Queste arrivano sempre quando ormai inizi a pensare che tutto rimarrà sospeso nell’incertezza per sempre. E di solito sono comunque destabilizzanti per il nostro equilibrio psico-emotivo.
Quindi vaghiamo tra un sito e l’altro, tra un canale televisivo e l’altro (almeno finché erano disponibili), tra una casa e l’altra (la nostra e quella dei vicini), tra un telefonino e l’altro (Tizio – dell’altra Ong italiana che opera qui a Bassam – un toscanaccio sanguigno e un po’ esagitato per il quale non esistono mezze misure, per cui quando chiama è sempre per annunciare catastrofi imminenti, tipo: “Gbagbo ha preso l’aeroporto” e poi è “solo” che hanno chiuso le frontiere, in un crescendo parossistico che ci fa temere per la sua salute – solo una volta era tranquillo e lucido al che abbiamo concluso che la moglie gli aveva messo dei tranquillanti nella cena; il nostro uomo nel PDCI, più misurato e inguaribilmente ottimista che prospetta sempre soluzioni ragionevoli e rassicuranti che non trovano mai conferma; qualche amico italiano che lavora nelle agenzie internazionali e ci racconta ciò che vede nelle strade di Abidjan; e l’ambasciata italiana. L’abbiamo chiamata dopo che Gbagbo si era fatto eleggere presidente, aveva chiuso le frontiere, oscurato i media e prorogato il coprifuoco. Loro ci hanno assicurato che non si trattava di un colpo di stato e ci hanno detto di stare tranquilli fino a nuovo ordine. Abbiamo finora atteso invano una telefonata in cui ci dicessero che ora potevamo iniziare a preoccuparci. Quindi non li abbiamo più chiamati).
Quando non ne possiamo più di questo “aspettando Godot”, cerchiamo delle alternative: Leo si guarda un film; io inizio ad affettare verdure senza sapere che piatto cucinerò, così per rilassarmi; Lina fa stretching contro il mal di schiena; Caio sprofonda in un sudoku o propone di iniziare a preparare qualcosa da bere (se sono passate le quattro del pomeriggio); Mina, con battaglie alla pistola d’acqua, intrattiene Ercolino (il suo pupazzo di pezza), Dado e Marysol (che si lascia molto coinvolgere dagli avvenimenti politici pur senza farsi spaventare, ma si annoia perché da una settimana la scuola è chiusa, motivo per cui ci stiamo dando anche al bricolage – con un rotolo di carta igienica abbiamo costruito un porcellino in cui mettere le monetine che le do quando mi aiuta a fare i mestieri in casa -, al giardinaggio – abbiamo piantato un piccolo orticello -, all’auto-produzione – abbiamo fabbricato sapone liquido e, oggi, il pane che non siamo riusciti a comprare perché in Bassam i sostenitori di Ouattara hanno innalzato barricate per “chiudere” la città, un morto. Almeno se qualcuno ci attacca gli posso tirare una pagnotta, visto che sono venute “de coccio”).
Poi verso le cinque è l’ora della partita di calcio, a cui partecipano tutti entusiasticamente.
Ma è nelle serate a tema che diamo il meglio di noi. Non sono mai programmate: vengono da sole.
Per esempio, la sera del faccia-a-faccia, Isidor (il cuoco del ristorante comunitario) ci aveva fatto arrivare del futou; Caio e Mina hanno “uscito” dai loro zaini (sono arrivati dall’Italia da poco) pecorino e soppressata (e noi non abbiamo potuto fare a meno di notare che Caio, benché di Alba, non ha portato tartufi). Questa era la serata: “incontro tra due tradizioni culinarie”.
La vigilia del ballottaggio invece (forse la serata più riuscita), dopo un’amatriciana perfetta e un fritto misto alla piemontese, (ma anche prima e durante) ci siamo dati al Pastis. Il tema era: “tradizioni culinarie del Nord e del Sud Italia”. Oppure: “il trash”, non solo per il Pastis di dubbia qualità ma anche per la play-list che potete trovare riportata qui sotto:

1. Hanno ucciso l’uomo ragno – 883
2. Brutta – Alessandro Canino
3. Il cobra – Rettore
4. Il triangolo – Renato Zero
5. I like Chopin – Garbo (?)
6. Enola Gay – (?)
7. Sei un mito – 883
8. I will survive – Gloria Gaynor
9. Y.M.C.A. – Villane Peopole
10. I love you babe – Gloria Gaynor
11. Ramaya – Afrique Simone
12. Around the worl – Daft punk
13. You can’t hurry love – Diana Ross
14. Se m’innamoro – Ricchi e poveri

Ieri, dopo le notizie scoraggianti, non potevamo che darci al narghilè con tabacco alla mela (ovviamente dopo una padellata di fagioli alla Terence Hill in “Trinità”). Play-list:

1. Il rock del capitano Uncino – D.J. Francesco
2. Donna felicità - ?
3. Hot Stuff – Donna Summer
4. Supercafone – Piotta
5. Mary – Gemelli diversi
6. Un’estate al mare – Giuny Russo
7. Non tengo dinero – Righeira
8. L’estate sta finendo – Righeira
9. L’altra dei Righeira
10. Cicale – Heather Parisi
11. Let’s twis again – C.Checker
12. Maracaibo – Raffaella Carrà
13. Obsession – (?)
14. Candela – Noelia
(il trash ci perseguita)

Il tema era: “scopriamo nuove tradizioni culinarie” (insomma, avrete capito che il mangiare è un nostro chiodo fisso).
Oppure il tema poteva anche essere soggettivo: per Mina forse “Ma quando cazzo riuscirò a tornare in Italia?”; per Caio “quando ho fatto il colloquio di selezione per venire a lavorare qui avrei dovuto fare qualche domanda in più”; per Lina “dovevo fare la pasticcera”; per Mary “guardatemi come ballo bene”; per Leo “uffa non posso vedermi la Champions”; per me “ho fatto male a snobbare sempre Grande Fratello, Isola dei Famosi e La prova del cuoco”; per Yakou “Putain… la Cote d’Ivoire… tu vois?… un pays, deux presidents… djo…”.

venerdì 3 dicembre 2010

Un Paese, due presidenti

Dopo che il rappresentante speciale dell'Onu in Costa d'Avorio ha rigettato la decisione del Consiglio Costituzionale di assegnare la vittoria delle elezioni a Gbagbo, i consiglieri diplomatici del presidente uscente minacciano di espellere i rappresentanti delle Nazioni Unite.
Sono accusati di essersi messi al di sopra del Consiglio Costituzionale e di essere "agenti di destabilizzazione che incoraggiano alla violenza e non agenti di pace" (Alcide Djédjé, consigliere di Gbagbo).
Le accuse, dopo che l'Onu ha sostenuto la conclusione cui era giunta la Commissione Elettorale Indipendente e che dava invece vincente l'oppositore Ouattara: "Anche accogliendo tutti i ricorsi presentati dalla Maggioranza Presidenziale contro i presunti brogli, Ouattara resta in vantaggio". A quel punto il canale televisivo pubblico (l'unico che si può ancora vedere perché gli altri sono oscurati) ha iniziato a martellare sul tema delle ingerenze degli europei ex-colonialisti nella politica interna del Paese.
Per le strade della capitale Abidjan, nei quartieri che appoggiano Ouattara, i giovani hanno fatto barricate e incendiato pneumatici e così pure a Bouakè, capitale del Nord ex ribelle e bastione dell'opposizione. Mentre negli altri quartieri, abitati dai partigiani di Gbagbo, la gente gridava: "On s'en fout de l'ONU, on s'en fout des Blancs" ("Ce ne fottiamo dell'Onu, ce ne fottiamo dei bianchi").
Lo scattare del copri-fuoco ha disperso le manifestazioni.
Intanto è intervenuto anche il presidente Obama, che qui è un mito tanto quanto Drogba, "felicitandosi" con Ouattara per l'elezione e chiedendo a Gbagbo di "inchinarsi" al verdetto delle urne.
Difficile prevedere se questi gli darà ascolto; quel che è certo è che in Costa d'Avorio si stanno riaccendendo i fuochi nazionalisti e anti-occidentali che nel 2004 provocarono scontri tra esercito ivoriano e il contingente della missione francese Lyocorn, e la fuga precipitosa di novemila espatriati dell'ex-colonia.
"Putain, la Cote d'Ivoire... djo... un pays, deux presidents... djo..." è stato il commento di Yakou.