venerdì 3 dicembre 2010

Cronaca di un colpo di stato/ultimo atto

Gbagbo si è fatto proclamare presidente dal Consiglio Costituzionale, e si insedierà già domani.
Il CCI ha annullato il voto nelle regioni favorevoli a Ouattara per presunti brogli, cosicché la vecchia volpe si attesta al 51,41% e Ouattara al 48,55% ribaltando così l'esito comunicato dalla Commissione Elettorale, di un voto considerato valido dall'Onu (che ha anche minacciato di chiudere tutti i finanziamenti nel caso in cui non venisse rispettata la volontà popolare).
In altre parole hanno rubato le elezioni. Hanno rubato gli ultimi dieci anni di storia del Paese, la volontà popolare, tutti i soldi che sono costate queste consultazioni, il futuro della Costa d'Avorio.
Non sappiamo bene che cosa succederà adesso. Dubito che l'opposizione accetterà questo epilogo e probabilmente ci saranno casini. Vi faremo sapere.

giovedì 2 dicembre 2010

Cronaca di un colpo di stato/2

La Cei ha proclamato Ouattara presidente (con 17 ore di ritardo... la puntualità africana è proverbiale!) e l’esercito ha chiuso le frontiere e sospeso le trasmissioni dei canali trelevisivi stranieri.
Noi abbiamo optato per una serata a base di droghe e alcol.
Com’era prevedibile, ieri sera, la CEI non è riuscita a comunicare i dati entro i termini fissati dalla legge, ma la legge non prevede che cosa succede quando ciò avvenga (che senso ha stabilire una regola se non prevedi un “piano B”, nel caso in cui la regola non venga rispettata? Soprattutto in Africa dove le regole sono una cosa alquanto soggettiva).
E come avviene spesso in questo Paese, la cosa non sembrava destare troppe preoccupazioni: questa mattina siamo usciti per fare opportuni accaparramenti (noi un po’ preoccupati lo eravamo!) e qui a Bassam c’eran un sacco di gente in giro, tranquilla, i negozi erano aperti, il nostro uomo nel PDCI (partito di Bedié che al secondo turno ha appoggiato Ouattara) assicurava che la palla adesso sarebbe passata al Consiglio Costituzionale, che non avrebbe potuto far altro che ratificare i dati della CEI (che non erano noti a nessuno peraltro!).
Questo succedeva a Bassam. Ad Abidjan invece i giovani di Gbagbo attaccavano una sede dei sostenitori di Ouattara e negli scontri sono morte 10 persone.
Per tutta la mattina e buona parte del pomeriggio ci siamo dunque scervellati su che cosa sarebbe potuto succedere, mentre facevamo la spesa; ci siamo interrogati sui sentimenti degli ivoriani in queste ore tese, mentre facevamo la pennichella di un pomeriggio torrido; ci siamo anche risposti che non ce ne fragava un cazzo (non è vero, vorrei proprio che questo Paese ripartisse perché se lo merita nonostante tutto, nonostante i Qwassy, i Yakoo se lo meritano!), mentre facevamo zapping tra Tv5, France 24 e RTI (la tv ivoriana il cui Tg è diretto da Minzolini... Poi ci è scaduto l’abbonamento quindi vedevamo solo i cartoni animati di Marysol... Poi hanno oscurato tutti i canali, quindi non vedevamo neanche quelli).
All’improvviso, mentre tutti i giornalisti stavando andando alla conferenza stampa del Consiglio Costituzionale (e l’abbonamento non ci era ancora scaduto), la CEI ha comunicato che Ouattara ha ottenuto il 54% dei suffragi.
Grande festa nel Nord, nei quartieri popolari di Abidjan, a Bassam, Yakoo è arrivato da noi con due bottiglie di birra per brindare al cambiamento, Ouattara parlava promettendo pace e un Governo di unità (se riuscirà a formarlo).
Intanto il Consiglio Costituzionale (per voce del presidente gbagboista) proclamava che “quei dati non hanno valore legale”, “che la CEI non è stata in grado di svolgere il proprio lavoro” e che spettava a loro stabilire chi era il nuovo presidente, entro i prossimi 7 giorni (chissà se hanno previsto un piano “c”).
Poi ad un certo punto un colonnello è andato al tg di Minzolini a dire che avrebbero chiuso le frontiere e oscurato le tv straniere (quindi questo blog potrebbe anche iniziare ad avere un senso).
Noi siamo qui, nel mio Paradiso (« les salop ont mi les feux dans mon Paradis” (Alpha Blondy), con i soliti amici, con Mina venuta qui in vacanza e che non si sa quando riuscirà a tornare in Italia, con Yakoo che ci traduce i brani di Tiken Jah dal djulà, con Caio (inizio ad essere a corto di nomi di fantasia) appena arrivato per sostituire Pina e già catapultato in una situazione ... come definirla? Elettrizzante? (forse “un po’ del cazzo” è più appropriato)... in cui peraltro sembra trovarsi abbastanza abbastanza a suo agio).
Non so veramente che commentare. Lascio a TikenJah le parole:
Le pays va mal
Mon pays va mal
Mon pays va mal
De mal en mal
Mon pays va mal
Avant on ne parlait pas de nordistes ni de sudistes
Mais aujourd'hui tout est gâté
L'armée est divisée
Les étudiants sont divisés
La société est divisée
Même nos mères au marché sont divisées
{au Refrain}
Avant on ne parlait pas de chrétiens ni de musulmans
Mais aujourd'hui ils ont tout gâté
L'armée est divisée
Les étudiants sont divisés
La société est divisée
Même nos mères au marché sont divisées
{au Refrain}
Nous manquons de remèdes
Contre l'injustice, le tribalisme, la xénophobie
Après l'ivoirité
Ils ont créé les ou les é o les é
{au Refrain}
Djamana gnagamou'na
Obafé kan'gnan djamana gnagamou he
Djamana gnagami'na lou ho
Obafé kan'gnan djamana gnagamou
Magô mi ba'fé kagnan djamana gnagamou
Allah ma'ho kili tchi'la
Djamana gnagamou'la lou ho
Djamana gnagamou'la
{au Refrain}

mercoledì 1 dicembre 2010

Mah?

I risultati del ballottaggio (più volte rimandati e attesi per questa mattina) non sono ancora stati comunicati e in compenso il coprifuoco (che sarebbe dovuto scadere domani) è stato prolungato fino a domenica!
È fin troppo chiaro che i risultati non sono favorevoli alla vecchia volpe Gbagbo e che i suoi emissari all’interno della CEI stanno facendo di tutto per evitare che i dati definitivi vengano diffusi.
Mi sembra altrettanto chiaro che il presidente uscente però non voglia o non possa (probabilmente l’esercito non è dalla sua parte) fare un atto di forza (altrimenti l’avrebbe già fatto). Per ora si limita a dimostrare che ha ancora il potere di decidere sul coprifuoco.
Ma il problema è che se la CEI non comunicherà il nome del nuovo presidente entro la mezzanotte di oggi, il voto sarà invalidato e sarà la Corte Costituzionale a doversi pronunciare (e come per il coprifuoco, anche in questo caso Gbagbo ha muscoli da mostrare).Non so come potrebbero prenderla a quel punto, i braccianti, gli immigrati, i musulmani, tutti coloro che si sono sempre sentiti discriminati e che si vedevano finalmente riscattati da una vittoria di Ouattara.
Le ultime notizie sono che la Commissione Elettorale ha “trovato un accordo” su 15 delle 19 regioni (il che fa già un po’ ridere perché trattandosi di numeri non capisco che cosa ci possa essere di opinabile). Le regioni contestate sono quelle in cui Ouattara è più forte (prima erano tre, ora sono diventate quattro forse perché il divario di voti è tale che al volpone non ne bastavano tre per tornare in vantaggio, il che dimostrerebbe che le recriminazioni del suo partito sono puramente pretestuose... d’altra parte gli osservatori internazionali hanno concluso tutti che il voto è stato regolare... con un’affluenza del 70% è difficile affermare il contrario!)
Ado, Onu e Sarkozy hanno intimato alla CEI di comunicare i dati prima di mezzanotte (mi sembra la fata di Cenerentola quando si sta per spezzare l’incantesimo).
E mentre mancano ancora tre ore per “trovare l’accordo” sulle altre regioni (Ouattara potrebbe anche decidere di chiedere a Gbagbo di partecipare al suo governo), le strade del Paese restano deserte e presidiate dai militari.

martedì 30 novembre 2010

Cronaca di un Colpo di Stato

Puntualmente la Commissione Elettorale Indipendente si è smentita. E puntualmente, in attesa della pubblicazione dei dati, circolano i rumors più inquietanti.
Già dalla sera di domenica, il portavoce di Gbagbo denunciava brogli nelle regioni del Nord e chiedeva di invalidare il voto. Anche gli osservatori internazionali hanno segnalato irregolarità più o meno gravi (la delegazione europea ha dovuto allontanare alcuni dei suoi da alcuni seggi, “perché minacciati”), ma il rappresentante dell’Onu continua a dire che tutto si è svolto nel rispetto della democrazia e anche il vicepresidente della Commissione elettorale (il presidente non si sa che fine abbia fatto) ribadisce che tutto sta procedendo in modo trasparente.
Sta di fatto che finora sono stati diffusi solo i dati parziali relativi agli ivoriani all’estero, dai quali Ouattara risulta al 60% e Gbagbo al 40%. E si mormora che la vecchia volpe si stia muovendo per non mollare il potere: qualcuno dice che abbia già preso l’aeroporto; altri smentiscono ma avvertono che qui a Bassam sarebbero arrivati un centinaio di suoi miliziani. Intanto ieri la capitale è rimasta senza corrente tutto il giorno.
I risultati erano attesi per questa mattina. Poi, inspiegabilmente, la truppe della Tv ivoriana è stata invitata a sloggiare dall’edificio della Commissione Elettorale, al di fuori del quale si erano dispiegate le forze dell’ordine.
E mentre Gbagbo faceva ricorso alla Corte Costituzionale per i presunti brogli, Ouattara lo accusava di voler impedire alla CEI di annunciare i risultati.
Non c’è migliore conferma a queste accuse, delle immagini che sono appena passate su Tv5 Monde (sì, lo so Franco: è questa la vera notizia e avrei dovuto scriverla in testa, ma questo è il mio blog non uno dei tuoi pezzi!): scena – il portavoce della Cei si appresta a leggere i risultati, circondato da giornalisti, microfoni e telecamere, quando due membri della Commissione, appartenenti al partito di Gbagbo, gli piombano addosso e gli strappano i fogli, gridando: “Questi dati sono falsi!”
Nessuno dei presenti reagisce, il portavoce della Commissione si limita a ribattere che “sono dati ben consolidati” e si eclissa.
A quel punto ogni comunicazione ufficiale viene rimandata a domani alle 11.00.
(Seguono ovvi appelli alla calma da parte della Clinton e altri).
Ma la cosa più inquietante è che Tv5 riferisce anche che “in un’Abidjan quasi deserta le forze di polizia sono dislocate in punti strategici” (quali siano non ho capito), mentre le truppe lealiste (1.500 soldati) dislocate al Nord per vegliare sul processo elettorale, sono state richiamate nella capitale.

domenica 28 novembre 2010

Ballottaggio

Ecco ci siamo: oggi è il gran giorno.
Queste ultime settimane di campagna elettorale sono state caratterizzate da qualche episodio di violenza (totale: quattro morti e centinaia di feriti), da uno storico faccia-a-faccia televisivo tra i due candidati (storico anche perché primo evento di questo genere in Costa d’Avorio), e dall’introduzione del copri-fuoco da ieri fino a mercoledì.
Gli scontri si sono verificati per lo più ad Abidjan, tra giovani delle opposte fazioni. Tranne l’ultimo, che ha fa fatto il maggior numero di vittime (tre): la polizia ha sparato sulle persone che manifestavano contro il coprifuoco (e questo è stato il primo risultato del decreto presidenziale - che dovrebbe avere l’obiettivo di evitarli i disordini!).
Il faccia-a-faccia è stata la cosa più antitelevisiva che io abbia mai visto (ben due ore – iniziate con un minuto di silenzio proposto da Gbagbo in ricordo delle vittime della guerra -, in cui i candidati avevano dieci minuti ciascuno per rispondere a ogni domanda); ma altrettanto interessante: Gbagbo e Ouattara si sono confrontati con un garbo sconosciuto ai nostri politici; all’inizio, il presidente uscente ha accusato l’antagonista di essere “responsabile di tutte le calamità che si sono abbattute sul Paese negli ultimi 11 anni” (testualmente, giuro! Berlusconi almeno si limita ad accusare tutti di essere semplicemente comunisti o di essere il “partito delle tasse” – ma tanto purtroppo gli basta). Ouattara gli ha risposto che lui era primo ministro nel governo rovesciato da Guei, mentre l’altro faceva comunella col golpista.
A parte questo, i due hanno amabilmente discusso di istituzioni (per Gbagbo bisogna mantenere l’attuale impianto presidenziale, per Ado si dovrebbe procedere ad una riforma che divida i tre poteri, assicuri una vera libertà di stampa e renda più efficiente la giustizia); di debito (un macigno di 6.700 miliardi, accumulato nell’era Houphouetista del capitalismo di stato – e della corruzione tutt’ora vigente - che grava sul Paese); di economia e disoccupazione (il vero cancro della Costa d’Avorio). Su questi temi, l’economista Ouattara si può dire che giocasse in casa: ha promesso investimenti per 12.000 miliardi in cinque anni per costruire strade, scuole, ospedali; mentre l’altro ha negato che ci sia grossa crisi (Silvio docet anche in questo caso… probabilmente pensa che gli ivoriani non mangino per mantenere la linea) e ha suggerito di risolvere il problema della disoccupazione arruolando tutti nell’esercito (uno dei punti del suo programma è avere “une armée forte et pouissante, à la dimension de son économie”… ora, a parte la contraddizione in termini tra un’armata forte e un’economia che non lo è affatto, checcazzo te ne fai di un esercito forte? Vuoi forse invadere la Polonia?). Ouattara gli ha risposto che l’esercito deve essere “muto” sulle questioni politiche e che comunque sarebbe meglio prima di tutto mettere in sicurezza le strade del Paese (qui un certo problema col crimine c’è per davvero).
In generale, Gbagbo è un miglior comunicatore, più populista, mentre l’altro più preciso e pragmatico non ha lo stesso carisma (e di fatti ha convinto me, che sono ineluttabilmente destinata a stare dalla parte degli sfigati).
Ma la cosa più interessante è stata seguire il dibattito con Yakou. Yakou è un nostro amico di qua, un ragazzo semplice e con pochi mezzi, ma molto attivo politicamente, per quanto disilluso, e sostenitore di Ado.
Ha seguito il dibattito con grande attenzione, intercalando ogni qualvolta quelli sparavano cifre, dei: “Djo [uomo, amico]… les politiciens, quand ils parlent… djo..” e un’altra formula che credo di poter tradurre con: “Non li devi stare a sentire perché ti riempiono la testa di stronzate… djo!”
Alla fine del dibattito, i candidati si sono impegnati ad accettare l’esito delle urne e hanno invitato i propri sostenitori a fare altrettanto. Ma, in più, Gbagbo ha decretato il coprifuoco (così Yakou è rimasto da noi). Ouattara l’ha rigettato perché “l’intervento dell’esercito potrebbe drammatizzare le cose” (come si è ben visto subito il mattino successivo). I detrattori del volpone sostengono che l’abbia fatto per meglio truccare il voto, secondo me è semplicemente per creare un clima di tensione che favorisca lo status-quo (da noi mettevano le bombe, in Piazza Fontana e altrove).
Dal canto suo la Commissione elettorale ha annunciato che darà i risultati già a partire da questa sera, per evitare le tensioni del primo turno e impedire a uno dei due di proclamarsi vincitore anzitempo (ma la Cei si è già contraddetta molte volte, non ultima quando ha fissato il secondo turno al 28 novembre, poi al 21 e infine ancora al 28). Nel frattempo anche Compaoré (il grande mediatore) è tornato a dire due parole ai pretendenti alla poltrona presidenziale (cosa gli abbia detto non si sa, ma l’ascendenza che questo personaggio – peraltro assassino di Sankara, lo statista più avanzato del panorama politico africano – esercita sulla politica ivoriana mi fa venire in mente le “offerte che non si possono rifiutare” de “Il Padrino”).Noi ci siamo barricati in casa come l’altra volta e abbiamo aggirato il coprifuoco dando una festa danzante con i nostri nuovi ospiti di cui vi racconterò nel prossimo post.

giovedì 4 novembre 2010

SOS: è finita la nutella e Bédié ha chiesto il riconteggio

Rieccomi! Scusate il ritardo (dovuto al fatto che aspettavo che la situazione si chiarisse un po’ di più, dopo che Bédié, escluso dal ballottaggio, ha chiesto il riconteggio dei voti).
Intanto non credo di avervi tenuti col fiato sospeso. E lo capisco: anche io se fossi in Italia, seguirei le elezioni di mid-term in Usa e sarei combattuta tra lo stile con cui Obama ha incassato il colpo e il dispiacere di vedere il primo presidente americano simpatico, costretto alla coabitazione coi repubblicani.
Ma invece sono in Costa d’Avorio e allora vi posso solo raccontare di queste elezioni storiche che arrivano dopo dieci anni di crisi politica. Almeno è diverso da quello che vi raccontano gli altri.
Comunque: la domenica elettorale non ha visto particolari incidenti. Nei giorni successivi la tensione è montata un pochino, nell’attesa dei risultati. La Commissione elettorale indipendente (CEI, che poi non so quanto sia indipendente), dopo un primo momento in cui aveva ritenuto di poter comunicare i dati già lunedì, si è ricreduta e ha annunciato che avrebbe utilizzato tutto il tempo a sua disposizione (quindi fino a mercoledì sera).
Semplici difficoltà logistiche, legate al tipo di conteggio utilizzato (manuale ed elettronico insieme), secondo la Cei. Ma anche qualche timore secondo la nostra fonte all’interno del PDCI (partito di Bédié): alcuni dati non ufficiali che iniziavano a circolare davano infatti in testa Bédié, seguito da Ouattara, con dunque il presidente uscente Gbagbo escluso dal ballottaggio.
Addirittura si è iniziato a vociferare che il ritardo nella presentazione dei risultati era dovuto al fatto che personalità religiose e politiche tra cui perfino il presidente burkinabé Blaze Compaoré, il grande mediatore grazie al quale si è arrivati agli accordi di pace di Ouagadougou, si stavano recando da Gbagbo per convincerlo a cedere il potere pacificamente.
E mentre si moltiplicavano gli appelli della comunità internazionale ai candidati, ad accettare “il verdetto delle urne, qualunque esso fosse”, la Cei, forse per mettere a tacere voci “diffuse ad arte dalle segreterie di partito”, si è di nuovo contraddetta pubblicando anzi tempo dati parziali. Che hanno smentito completamente i rumors precedenti: infatti secondo le cifre ufficiali (ma relative solo al voto degli ivoriani all’estero) Gbagbo è in testa, seguito da Ouattara e sarebbe quindi Bédié ad essere escluso dal ballottaggio.
Nella giornata di ieri, mentre i dati venivano rilasciati col contagocce (cosa che ha fatto dire sarcasticamente a qualche commentatore che gli ivoriani hanno saputo il risultato della Danimarca prima di quello del loro Paese), si confermava questo scenario. Ma la nostra fonte interna al PDCI insisteva che vi erano divergenze tra i verbali inviati dai seggi in cui erano presenti suoi rappresentanti di lista e quelli letti dalla Cei.
Lì per lì pensavamo che semplicemente non si arrendesse all’evidenza della sconfitta, anche perché contemporaneamente l’Onu dichiarava che si erano registrate solo lievi irregolarità, ma tali da non invalidare il voto (altre fonti sostenevano che in alcuni seggi agli osservatori internazionali è stato proibito di entrare, ma in generale tutti hanno sottolineato come il processo elettorale si sia svolto correttamente).
Ieri sera però, mezz’ora prima che scadesse il tempo a disposizione della Cei per la comunicazione dei dati definitivi, Bédié ha chiesto il riconteggio delle schede. A quel punto c’è stato un po’ di suspence: che avrebbe fatto la Commissione? Avrebbe atteso ancora prima di dare le ultime cifre, per valutare il ricorso?
Per fortuna no: i dati ufficiali danno Gbagbo al 38% e Ouattara al 36%, Bédié al 23%. Ma le cifre ufficiali potrebbero non essere definitive: la Corte Suprema ha infatti 7 giorni per accogliere il ricorso dell’ex presidente. Una tempistica che non dovrebbe interferire con il secondo turno, previsto tra due settimane, a meno che da un eventuale riconteggio non emergessero risultati molto diversi da questi (nel qual caso non so cosa farebbero: riconterebbero una terza volta per essere sicuri di aver contato giusto almeno la seconda? Io quando non mi tornano i conti faccio così, ma dubito che valga anche per le elezioni).
Nel frattempo noi ce ne stiamo barricati nel Centre Abel, ammazzando il tempo cucinando e approfittando dunque delle oculate scorte che ci siamo accaparrati (vino cileno, formaggi francesi, salsine libanesi e nutella che ormai è finita). Non tanto perché ci sia tensione in giro, quanto piuttosto perché in giro non c’è proprio niente: molti esercizi sono chiusi, le scuole riapriranno soltanto lunedì, le strade sono deserte, nonostante il capo di Stato Maggiore ieri in Tv abbia rassicurato la popolazione che non ci sono pericoli e si può tornare alle normali occupazioni (ma per la maggior parte qui sono disoccupati, dunque…).
La gente ha risposto con entusiasmo a questo scrutinio storico, premiato con un record d’affluenza dell’80%, ma poi si è chiusa in casa perché è stanca e spaventata: il timore è ovviamente quello di nuovi scontri, anche se appunto a me sembrano tutti stufi di crisi, politica e economica, e non aspettano altro che un po’ di stabilità per ripartire. Ma bisognerà vedere le capacità di mobilitazione di questi signori.
Gbagbo, negli anni passati aveva a sua disposizione i Giovani Patrioti, bande di giovani teppisti (mi dicono che gli studenti qui non sono come altrove, la forza che si oppone al potere costituito, bensì manovalanza arruolabile con promesse di posizioni sociali migliori). Ora non so che fine abbiano fatto e se salterebbero di nuovo fuori nel caso il volpone perdesse al ballottaggio. Per fortuna pare un’ipotesi remota. Dico per fortuna non perché mi piaccia particolarmente Gbagbo, ma perché è quello che potrebbe fare più danni se perdesse. Chi ha votato Bédié al primo turno, difficilmente però al secondo voterà Ouattara, piuttosto che votare un non-ivoriano al 100%, non andrà a votare. E così Ado sarà sempre più il simbolo del riscatto degli immigrati musulmani e una promessa di cambiamento che non si potrà mai realizzare.

sabato 30 ottobre 2010

VotaAntonioVotaAntonio!

Al diavolo l’ordine cronologico! Ho aperto questo blog a maggio e da allora cerco faticosamente di caricare tutto ciò che ho scritto dal primo giorno che sono arrivata qui. Ma la cosa va troppo a rilento (sia per le deboli connessioni della brousse, sia perché si tratta di decifrare appunti che ho scarabocchiato rigorosamente su fogli volanti, sia perché lo posso fare solo quando Marysol è a scuola – cioè tre ore al giorno - e quando non ho altre belinate tipo spesa, lavori di casa, aiutare Leo, ecc.).
E oggi è la vigilia di un avvenimento troppo importante per non decidere di seguirlo “in diretta”.

DOMANI IN COSTA D’AVORIO CI SARANNO LE ELEZIONI.

Si sa che in ogni Paese africano che si rispetti, le elezioni sono sempre un momento cruciale. A maggior ragione lo sono qui, dove le ultime si sono tenute 10 anni fa (e quindi hanno pensato bene che il giorno di Halloween fosse la data più adatta). Facciamo allora un piccolo passo indietro: la Costa d’Avorio ha avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960. Da allora e per 33 anni, è stato presidente Félix Houphouet-Boigny (come avere Andreotti 7 volte Presidente del Consiglio), che ha governato con pugno di ferro (partito unico fino a metà degli anni ’80 e mass media sotto controllo), ma ha fatto del Paese la “Svizzera” dell’Africa (ricco, stabile, sviluppato, con buone infrastrutture, istruzione pubblica efficiente). Boigny ha anche trasformato il suo piccolo villaggio, Yamoussoukro, nella capitale, cingendolo di mura e facendolo diventare il suo Palazzo, e costruendo un’autostrada a quattro corsie illuminata, che porta verso una riproduzione a grandezza naturale sull’acqua della nostra Basilica di San Pietro, e verso null’altro. Morto lui, gli è succeduto Henry Konan-Bédié (che è ancora tra i candidati di queste elezioni – non è solo l’Italia ad avere una classe politica di mummie). Bédié viene rovesciato da un colpo di stato nel ’99 (al suo secondo mandato) da Robert Guéi.
Nel 2000 si tengono nuove elezioni: Guéi mette fuori gioco il suo principale avversario, Alasanne Ouattara, col pretesto dell’ivoirité (una fissa degli ivoriani che merita una piccola digressione: questo è un Paese ad alta immigrazione, proprio perché una volta era ricco e dal Burkina, dal Mali e da altri posti disperati, arrivavano i braccianti per le immense piantagioni di cacao, caffé, palma. Addirittura si dice che gli ivoriani “non abbiano voglia di far niente” – opinione di altri africani – perché non sono abituati a lavorare. Questi immigrati, poveracci e per lo più musulmani, sono concentrati soprattutto nel Nord del Paese e sono sempre stati trattati a pesci in faccia – vi ricorda qualcosa? -. Tanto che, appunto, se non si è ivoriani al 100%, non si può accedere alla carica di presidente. E Ouattara, pur essendo ex primo ministro ed ex funzionario del FMI – quindi una figura di respiro internazionale – ha la madre di origini burkinabè...).
Ma nonostante tutti i brogli di Guéi, nel 2000 vince il volpone Laurent Gbagbo (nome apparentemente impronunciabile, qui se la cavano con “Babò”). Dico “volpone” perché ha finora resistito ad innumerevoli tentativi di golpe e sollevazioni, è ancora presidente nonostante il suo mandato sia scaduto da cinque anni ed è nuovamente candidato in pole position per la rielezione. La prima rivolta si ha già nel 2002: porta alla morte di Guéi (non ho capito bene come) e all’occupazione del Nord da parte dei ribelli.
Il Paese rimane diviso in due e ciclicamente si registrano scontri, accordi di pace, nuovi scontri, arrivo di contingenti di pace (dell’Onu - con l’Onuci - e della Francia – che ha ancora stretti rapporti economici con l’ex colonia e numerosi espatriati – con l’operatione Lyocorn). L’apice della crisi si raggiunge nel 2004, quando Gbagbo bombarda le roccaforti dei ribelli beccando per sbaglio una base militare francese. Ma Jacques Chirac non sta certo a guardare i suoi soldati (nove) morire, e reagisce: le truppe francesi scatenano l’inferno per le strade di Abidjan (la capitale di fatto) e gli ivoriani in tutta risposta danno il via alla caccia ai bianchi (i nostri amici che erano qua già allora raccontano di essersela data a gambe – le proprie, perché l’ambasciata italiana si era dimenticata di evacuare Grand Bassam – verso il Ghana e sono tornati dopo sei mesi).
Per farla breve: l’ultimo accordo di pace (quello che sembra aver funzionato) è quello siglato a Ouagadougou nel 2007. Gbagbo è rimasto presidente di un governo di unità nazionale, con primo ministro Guillaieme Soro (capo dei ribelli del Nord). I ribelli si sarebbero dovuti disarmare, il governo avrebbe dovuto procedere ad aggiornare le liste elettorali e si sarebbero dovute fissare nuove elezioni, il tutto entro un mese e mezzo. Ovviamente da allora la data del voto è stata fissata ogni sei mesi e puntualmente rimandata.
L’ultima volta era stata fissata il 28 novembre 2009, poi, due giorni prima, si sono accorti che le liste non erano ancora aggiornate: in un Paese in cui l’anagrafe è un’entità estranea alla maggior parte della gente e in cui molti cittadini sono arrivati dall’estero parecchi anni fa, bisogna capire chi ha diritto al voto, stilare un elenco, pubblicarlo, dare il tempo agli esclusi di fare ricorso e alle istituzioni di esaminare tali ricorsi.
Il vecchio volpone Gbagbo, per guadagnare ancora un po’ di tempo ha poi pensato bene a febbraio di quest’anno di azzerare la Commissione elettorale che se ne stava occupando.
Ma alla fine ce l’hanno fatta e questa volta sembra proprio quella buona: i ribelli sono apparentemente disarmati, le lunghe code agli uffici pubblici dei giorni scorsi mostravano che finalmente dopo dieci anni venivano distribuite le carte d’identità (con scene alla napoletana in cui c’erano quelli che arrivavano prima a prendere il posto per venderlo a quelli dopo) e la campagna elettorale si è svolta pacificamente. Per inciso: queste sono le elezioni più care della storia, 66 dollari per elettore, contro i nostri 3.
I candidati sono 14 (tra cui una sola donna), ma i più quotati sono il volpone Gbagbo (che ha invaso Abidjan di manifesti elettorali e ha avuto a disposizione ingenti somme di denaro per pagare chiunque perché andasse in giro con i suoi distintivi), la mummia Bedié e Ouattara (che ormai è diventato una sigla – ADO, dalle sue iniziali – e ha fatto una campagna in stile Berlusconi – presidente operaio, padre di famiglia, medico, professore, con promesse velleitarie tipo un milione di posti di lavoro).
Il sistema è un doppio turno alla francese. Quindi adesso iniziano i pronostici: chi va al ballottaggio? Ma soprattutto cosa succederà dopo? Saranno tutti disposti ad accettare il risultato delle urne?
La maggior parte dei lavoratori della Communauté Abel si dice sicura che tutto andrà liscio. Gli altri italiani di Bassam si sono organizzati, chi prevedendo il rientro anticipato in patria, chi facendo un visto preventivo per il Ghana. Noi abbiamo fatto scorta di Nutella per essere sicuri di poter rimanere tappati in casa se si rendesse necessario.
L’ambasciata italiana, dopo aver fatto per la quarta volta in un anno un censimento degli italiani qui, nei giorni scorsi ha convocato una riunione in cui non ha detto niente (piani di fuga, numeri utili, boh?). E ieri ci ha bombardato di sms del tipo: “Potrebbero esserci manifestazioni di piazza”... Ma va? E quindi? Finalmente al quarto messaggio hanno anche diffuso un numero telefonico di emergenza.
Quello che vedo io è un Paese che una volta era ricco e in cui oggi i giovani non trovano uno straccio di lavoro. Un Paese che aveva strade e marciapiedi ormai sbriciolati. Che aveva scuole pubbliche dove ora ci sono 80 studenti per classe e in cui i professori vanno una volta ogni tanto, cosicché l’amica di Mary che ha 9 anni e fa la 4° elementare non sa scrivere “aurevoire” e il tasso di analfabetismo supera il 50%, soprattutto tra i giovani, anche tra quelli (pochi) che sono andati a scuola.
Ma vedo anche un Paese che ha voglia di rinascere, che aspetta solo un po’ di stabilità politica per ripartire. L’altra domenica siamo andati ad Assouendé, un piccolo villaggio in riva al mare. Una volta là c’era un ClubMed, uno stabilimento immenso e forse una volta bellissimo, ormai ridotto ad area dismessa fantasma. Lì vicino hanno appena finito di ricostruire un nuovo resort e pare che anche in quello vecchio siano cominciati i lavori di ristrutturazione. Me la voglio immaginare così la Costa d’Avorio di domani, un Paese incantevole e ricco di risorse, che si può offrire in tutta tranquillità ai turisti e agli investimenti stranieri. Come qui vicino a casa nostra dove c’è una zona franca che sarebbe dovuta diventare polo delle telecomunicazioni che da quattro anni aspetta che qualcuno si decida a costruirici.
Vi farò sapere nei prossimi post se così sarà.